martedì, dicembre 30, 2008

Nessuna speranza per Gaza.


In questi giorni in cui il mondo assiste attonito al massacro in atto nella Striscia di Gaza, il sito di Arabnews ha scelto di offrire, quasi in tempo reale, una panoramica delle reazioni della stampa araba ed internazionale a fronte della criminale operazione “Piombo Fuso” messa in atto dall’esercito israeliano.

Tra i tanti, abbiamo deciso di riportare l’articolo che segue, pubblicato il 29 dicembre dal direttore del Palestine Chronicle Ramzy Baroud, noto giornalista palestinese di nazionalità americana.

Nell’articolo Baroud mette in rilievo come – a fronte di un attacco militare senza precedenti che sempre più si caratterizza come un crimine contro l’umanità commesso ai danni di una popolazione inerme – la comunità internazionale non riesca ad andare oltre agli sterili inviti al cessate il fuoco o alle dichiarazioni ufficiali che esprimono “preoccupazione”.

Ivi inclusi gli stessi Paesi arabi che, in molti casi, e ciò in primis vale per l’Egitto, si trovano ad affrontare la marea montante della
rabbia delle popolazioni che protestano sia contro i crimini israeliani sia anche contro l’inazione – ai limiti della connivenza – dei loro governanti.

La storia recente della Striscia di Gaza non è che un susseguirsi di stragi e di sofferenza per un milione e mezzo di persone la cui unica colpa è stata quella di votare per le liste di Hamas nel corso di elezioni libere e democratiche (fortemente volute e sponsorizzate, peraltro, soprattutto dagli Usa): siamo passati dall’operazione “Inverno Caldo” (27febbraio - 2 marzo 2008), che è costata la vita a 107 Palestinesi, di cui oltre il 60% civili inermi e, tra essi, 5 donne e 27 bambini, all’attuale operazione “Piombo Fuso”, in cui il tragico bilancio di morte è più che triplicato (e non è ancora finita…).

In mezzo, una guerra strisciante seguita da periodi di tregua precaria, con un copione che si svolge immutabile, senza che la comunità internazionale faccia nulla per interrompere questa tragica spirale di morte e distruzione.

L’unico modo per invertire il corso degli eventi – ce lo ricordava
Karen AbuZayd – sarebbe quello di porre la questione della tutela dei diritti dei Palestinesi, a 60 anni dall’adozione della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, come il comune denominatore degli interventi di ogni nazione che si reputi civile.

Ma questa rischia di restare una vana speranza.



Gaza e il mondo: cambieranno mai le cose?

29.12.2008

In tempi di crisi, gran parte degli arabi si sintonizza su ‘al-Jazeera’. A volte è confortante che la verità venga affermata per come è, con tutti i suoi dettagli sanguinosi e sconvolgenti, senza veli e senza censure. Quando Israele ha scatenato un massiccio attacco aereo contro Gaza, sabato 27 dicembre, terrorizzando una popolazione già prigioniera e malnutrita, anch’io mi sono sintonizzato su al-Jazeera.

In pochi secondi ho conosciuto il bilancio: 290 morti (destinati ad aumentare) ed oltre 700 feriti in un solo giorno. Ma, per quanto drammatico possa essere apparso questo bilancio – il più alto bilancio di vittime inflitto in un giorno da Israele in Palestina dai tempi della fondazione dello stato ebraico nel 1948 – non vi era nulla di nuovo da apprendere. Ovunque le tragedie – naturali o prodotte dall’uomo – tendono a portare a sconvolgimenti sociali, culturali, economici, e politici, anche a rivoluzioni, che in qualche modo alterano il panorama sociale, culturale, economico ed infine politico delle regioni colpite, tranne che in Palestina.

Sono rimasto inutilmente incollato allo schermo. Venire a conoscenza delle conseguenze di simili tragedie sembra più un rituale che un’abitudine che abbia un significato. Le reazioni arabe ed internazionali alle uccisioni possono solo servire a ricordare quanto inefficaci ed irrilevanti, se non addirittura compiacenti, siano i loro timidi borbottii.

Ancora una volta gli Stati Uniti hanno accusato i palestinesi, e i “delinquenti” di Hamas, usando parole che sfidano la logica, come ad esempio “Israele ha il diritto all’autodifesa”. Questa affermazione appare ridicola come sempre, perché un paese come Israele, con un esercito che possiede le armi più letali del mondo, incluse le armi nucleari, non può sentirsi minacciato da una popolazione imprigionata il cui unico meccanismo di difesa sono razzi artigianali a base di fertilizzante! Mentre Israele ha ucciso e ferito migliaia di palestinesi a Gaza (ne ha ferito un migliaio solo sabato), appena un manipolo di israeliani sono morti in conseguenza del lancio dei razzi palestinesi nel corso di anni. I numeri hanno ancora una qualche importanza?

I governi europei hanno scelto attentamente le parole, “esprimendo preoccupazione”, “invitando Israele a contenersi”, e così via. I governi arabi erano, come al solito, distratti da cose futili, protocolli e norme di comportamento, ed hanno facilmente perso di vista la crisi imminente.

Poi, la solita – e come sempre prevedibile – esplosione ha avuto inizio. Chiamate appassionate da tutto il mondo sono giunte alle stazioni televisive e radiofoniche del Medio Oriente, urlando, gridando, piangendo, sfogandosi, lanciando appelli a Dio, ai leader arabi, a tutti quelli “che hanno ancora una coscienza”, affinché facciano qualcosa.

La collera è presto sfociata in manifestazioni di piazza nelle capitali arabe, ovviamente sotto l’occhio sempre vigile della polizia e dei servizi segreti arabi. Bandiere di Israele e degli Stati Uniti, ed in alcuni casi dell’Egitto, sono state date alle fiamme insieme alle effigi di Bush e dei leader israeliani.

“Cogliendo l’occasione”, alcuni governi arabi hanno dichiarato con grande enfasi la loro intenzione di inviare un aereo o due con medicine e cibo per Gaza, e le immagini di qualche cassa su cui spiccava la bandiera del paese donatore sono state proposte e riproposte sui mezzi di informazione locali. Nel frattempo, i notiziari parlavano dei palestinesi che tentavano di fuggire dalla prigione di Gaza verso il deserto del Sinai. Ad essi si sono opposte con fermezza le forze di sicurezza egiziane al confine.

Abbastanza stranamente, il presidente dell’ANP Mahmoud Abbas è rimasto fedele al copione, malgrado la tragedia senza precedenti di Gaza. Domenica scorsa, egli ha incolpato Hamas per il bagno di sangue. “Abbiamo parlato con loro (con Hamas) e gli abbiamo detto, ‘ve lo chiediamo per favore, non mettete fine alla tregua, fate in modo che la tregua continui e non cessi’, in modo da evitare quello che è accaduto”.

Abbas è stato informato del fatto che Hamas non ha compiuto un solo attacco suicida dal 2005? O del fatto che la “tregua” non ha mai spinto Israele a consentire ai palestinesi di Gaza di avere accesso ai medicinali ed ai generi di prima necessità? O del fatto che è stato Israele che ha attaccato per primo Gaza lo scorso novembre (vedi qui), uccidendo diverse persone, perché sosteneva di avere avuto informazioni su un piano segreto di Hamas?

E’ ancora più strano il fatto che, mentre Abbas ha scelto di adottare una simile posizione, molti israeliani non sono per niente convinti del fatto che la guerra contro Gaza sia del tutto legata ai razzi di Hamas, e non sia piuttosto una manovra elettorale compiuta da politici disperati che fanno a gara per ottenere il voto della dominante destra israeliana alle prossime elezioni di febbraio. In effetti, il piano israeliano contro Gaza ha poco a che fare con l’ “escalation” dei lanci di razzi a metà dicembre.

“Una preparazione di lungo periodo, un’attenta raccolta delle informazioni, discussioni segrete, tecniche di disinformazione ed operazioni volte a sviare l’opinione pubblica – tutto questo sta dietro l’operazione ‘Piombo Fuso’ delle Forze di Difesa Israeliane contro gli obiettivi di Hamas nella Striscia di Gaza”, ha scritto il 28 dicembre il quotidiano israeliano Haaretz, che ha anche rivelato che il piano è stato portato avanti per sei mesi.

“Come nel caso dell’aggressione militare americana all’Iraq, e della risposta israeliana al rapimento dei riservisti Eldad Regev e Ehud Goldwasser all’inizio della Seconda Guerra Libanese, ben poco peso è stato dato all’eventualità di colpire civili innocenti”, ha scritto Haaretz (si veda l’articolo di Amos Harel).

Ma perché Israele dovrebbe preoccuparsi per un momento dell’eventualità di colpire i civili o di violare la legalità internazionale, o di qualche altro di questi concetti (a quanto sembra) irrilevanti – quando si tratta di Israele – se i loro “partner palestinesi”, la Lega Araba, e la comunità internazionale continuano ad oscillare fra il silenzio, la compiacenza, la retorica e l’inazione?

Un medico di una clinica di Khan Younis, nella Striscia di Gaza, mi ha detto per telefono: “Decine di feriti sono clinicamente morti. Altri sono sfigurati orribilmente. Ho avuto la sensazione che la morte sarebbe più pietosa per loro che non continuare a vivere. Non abbiamo più posti nella clinica. Parti di corpi ingombrano i corridoi. Vi erano persone che gridavano in un’agonia interminabile, e noi non avevamo abbastanza medicine e farmaci contro il dolore. Così abbiamo dovuto decidere a chi dare i farmaci e a chi no. In quel momento ho sinceramente pensato che avrei preferito rimanere ucciso io stesso negli attacchi israeliani, ma ho continuato a correre cercando di fare qualcosa, qualsiasi cosa”.

Prima che i paesi arabi e le altre nazioni traducano i loro cori di condanna in un’azione politica pratica ed efficace che possa mettere fine ai furiosi assalti israeliani contro i palestinesi, tutto quello che potrà cambiare è il numero dei morti e dei feriti. Ma ancora rimane da chiedersi: se Israele ucciderà altri 1.000, 10.000 palestinesi, o la metà della popolazione di Gaza, gli Stati Uniti continueranno a dare la colpa ai palestinesi? L’Egitto aprirà il confine con Gaza? L’Europa continuerà ad esprimere la stessa “profonda preoccupazione”? Gli arabi continueranno a fare le loro ridondanti affermazioni? Le cose potranno mai cambiare? Potranno mai?

Ramzy Baroud è un giornalista palestinese di nazionalità americana; è direttore del Palestine Chronicle

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lunedì, dicembre 29, 2008

Fermate questi assassini!


La situazione a Gaza sta sempre più assumendo i contorni di una vera e propria catastrofe umanitaria, di un bagno di sangue messo in atto dai criminali di Israele con un incredibile sprezzo per il valore della vita umana (dei Palestinesi ovviamente).


Uno degli ultimi raid aerei israeliani, avvenuto stamattina all'alba, ha massacrato 5 sorelline - le più piccole avevano 4 e 24 mesi - portando il totale delle vittime palestinesi a 305 e quello dei feriti a quasi 1.000.

Nessun'area di Gaza è sicura e immune dai bombardamenti dell'aviazione israeliana, che ha colpito moschee, prigioni, stazioni di polizia, università e case di civile abitazione.


Secondo l'ultimo rapporto disponibile dell'Office for the Coordination of Humanitarian Affairs (Gaza Humanitarian Situation Report, 28.12.2008), alle ore 16:00 di ieri l'operazione "Piombo Fuso" condotta dal valoroso esercito israeliano era già costata la morte di 280 Palestinesi ed il ferimento di altri 900, di cui 115 in gravi condizioni; tra i morti, 20 erano bambini, 9 donne e altri 60 erano civili inermi.


Ma anche coloro che Israele include tra i "terroristi" di Hamas erano in gran parte, in realtà, semplici poliziotti in cerca di un lavoro sicuro e di un salario, come i 40 graduati sterminati durante la consegna dei diplomi di fine corso, che li avrebbe fatti diventare semplici addetti al traffico.


A fronte dell'inerzia dei governi occidentali, che si limitano a vuoti appelli al cessate il fuoco quando addirittura non giustificano gli assassini israeliani (vero Ronchi?), è necessaria la più massiccia mobilitazione di quell'opinione pubblica che, si spera, sia ancora sensibile al tema dei diritti umani, della difesa della vita, della giustizia e della pace tra i popoli.


Ho da poco notizia di un presidio di solidarietà a Genova, alle ore 17:00 di oggi, davanti alla Prefettura (Largo Lanfranco), per manifestare il sostegno alla popolazione palestinese massacrata e chiedere la fine dei raid israeliani.


Chiedo a chi legge di segnalarmi analoghe iniziative di protesta, che saranno inserite in allegato.


I criminali e gli assassini che siedono al governo di Israele vanno fermati con ogni mezzo di pressione che possiamo mettere in campo; un giorno, forse, si riuscirà a portarli davanti ad un tribunale internazionale per rispondere degli orrendi crimini di guerra di queste ore.

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domenica, dicembre 28, 2008

Massacro.


Duecentotrenta morti e oltre settecentottanta feriti, questo il bilancio provvisorio del sabato di sangue appena trascorso che ha visto gli assassini israeliani scatenarsi in una serie di attacchi aerei condotti da almeno sessanta velivoli della Iaf.

Colpiti, tra i tanti obiettivi, anche una moschea e i locali della tv al-Aqsa, oltre a numerose stazioni di polizia per lo più situate in edifici di civile abitazione.

Si afferma che la gran parte delle vittime siano "militanti" di Hamas (e, dunque, meritavano di essere fatti a pezzi?), ma in realtà i raid aerei israeliani hanno colpito duramente aree densamente popolate e all'ora in cui gli studenti uscivano da scuola, e dunque è da temere che, alla fine, il bilancio delle vittime inermi ed innocenti sarà molto più alto.

"Ho visto una famiglia di nove persone sterminata" ha raccontato ad Ha'aretz il giornalista freelance e fotografo del giornale Sameh Habib.

I leader israeliani affermano di aver agito per difendere i propri cittadini dai lanci dei temibili razzi qassam e di colpi di mortaio provenienti dalla Striscia di Gaza.

Mentono, naturalmente.

Quella che sarebbe diventata l'operazione "Piombo Fuso", in realtà, era un piano che l'esercito israeliano - su precisa istruzione del Ministro della Difesa Barak - aveva iniziato a pianificare oltre sei mesi addietro, anche se nel frattempo Israele stava iniziando a negoziare un cessate il fuoco con Hamas.

Serviva tempo, del resto, per consentire all'intelligence di scovare e mappare i vari obiettivi, le infrastrutture di Hamas, le abitazioni dei capi dell'organizzazione.

L'intera operazione è stata ben coperta da una coltre di disinformazione, che non si è fatta scrupolo di utilizzare persino il finto gesto distensivo della riapertura dei valichi con la Striscia di Gaza, per consentire l'ingresso di alcuni rifornimenti umanitari.

Alla fine, dunque, Israele, non essendo riuscito a indebolire Hamas usando l'arma criminale dell'assedio a un milione e mezzo di Palestinesi della Striscia di Gaza, ridotti letteralmente alla fame, ha deciso di utilizzare lo strumento che meglio conosce, quello del massacro indiscriminato.

Certo che nessuna delle nazioni che contano, né gli Usa, né la Russia, né i Paesi Ue, faranno nulla per fermarlo, al di là dei retorici e stantii appelli al cessate il fuoco.

Ma questa ennesima escalation di violenza e questo bagno di sangue non serviranno ad Israele ad ottenere maggior sicurezza, ma soltanto ad allontanare sempre di più le già flebili speranze di pace tra Israeliani e Palestinesi e ad alimentare - come se ce ne fosse bisogno - l'ostilità e il rancore che gran parte del mondo arabo nutre nei confronti di Israele.

E gli si può dar torto?

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mercoledì, dicembre 17, 2008

Proteggere i diritti dei Palestinesi: un obbligo universale.


A 60 anni dall’adozione della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (10 dicembre 1948), è davvero impressionante constatare quanti e quali diritti fondamentali siano ancora oggi negati ai Palestinesi, quanto drammatica sia la situazione umanitaria della Striscia di Gaza, quanto criminale e mostruoso sia l’assedio imposto da Israele a un milione e mezzo di Palestinesi, nell’inspiegabile indifferenza e nel complice silenzio dei governi occidentali.

Questo è il tema di un articolo scritto l’11 dicembre da Karen AbuZayd, Commissario Generale dell’UNRWA, l’Agenzia dell’Onu che si occupa dei profughi palestinesi, e apparso sul sito dell’agenzia Ma’an News, qui proposto nella traduzione offerta da Arabnews.

Oggi ai Palestinesi vengono negati diritti fondamentali quali quello alla vita e alla sicurezza, a non essere sottoposti a tortura o a punizioni crudeli o degradanti, a non essere arbitrariamente privati della libertà personale, a non subire interferenze arbitrarie nella vita privata e familiare, alla libertà di movimento, a non essere arbitrariamente privati delle proprietà, a godere di un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della propria famiglia, al lavoro, all’istruzione.

E non è un caso, con particolare riferimento alla situazione di Gaza, che si moltiplichino le voci di biasimo e di
critica verso Israele anche da parte di chi, essendo a capo di organismi dell’Onu o di agenzie umanitarie, è uso solitamente a toni diplomatici.

Di recente Richard Falk – Relatore Speciale dell’Onu sulla situazione dei diritti umani nei Territori palestinesi – ha avuto modo di affermare riferendosi all’assedio di Gaza: “una tale politica di punizione collettiva, iniziata da Israele per punire gli abitanti di Gaza per gli sviluppi politici all’interno della Striscia, costituisce una continua, flagrante e massiccia violazione del diritto umanitario internazionale così come stabilito dall’articolo 33 della IV Convenzione di Ginevra”.

“…Uno sforzo urgente dovrebbe esser compiuto dalle Nazioni Unite per rendere effettiva quella norma concordata circa la ‘responsabilità di proteggere’ una popolazione civile che viene punita collettivamente da azioni che costituiscono un Crimine contro l’Umanità”.

Per tutta risposta, Israele non gli ha consentito di recarsi come previsto a Ramallah e a Gaza, e lo ha espulso dal Paese neanche fosse un malfattore.

Per quanto ancora dovremo consentire a Israele di ergersi al di sopra di ogni legge e di ogni regola di pacifica convivenza, calpestando i diritti fondamentali di un intero popolo lasciato in balia dei suoi spietati carnefici?


Proteggere i diritti dei Palestinesi è un obbligo universale

11.12.2008

La giornata di oggi segna il 60° anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, un documento fondamentale del nostro tempo, nel quale la comunità mondiale ha riconosciuto che “l’intrinseca dignità e gli uguali ed inalienabili diritti di tutti i membri della famiglia umana” sono “il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo”.

Fedele alla sua nobiltà di spirito, tale documento dichiara che “l’avvento di un mondo nel quale gli essere umani saranno liberi dalla paura e dal bisogno” è “la massima aspirazione dei popoli”.

Sessant’anni dopo, il divario fra la retorica e la realtà, soprattutto nel caso del popolo palestinese, dovrebbe essere motivo di un esame di coscienza globale. La necessità di cancellare questo divario e di dare un significato sostanziale alla tutela dei palestinesi non è mai stata più grande.

L’ex Alto Commissario per i Diritti Umani, Mary Robinson, ha dichiarato che quella che si sta distruggendo a Gaza è un’intera civiltà. Desmond Tutu ha definito questa distruzione “un abominio” (Desmond Tutu fu il primo arcivescovo anglicano di colore di Città del Capo; acquisì fama mondiale come oppositore dell’apartheid; nel 1984 gli fu assegnato il premio Nobel per la pace; egli fece la dichiarazione citata in questo articolo al termine di una visita a Gaza in qualità di inviato dell’ONU, alla fine del maggio 2008 (N.d.T.) ).

Il Coordinatore Umanitario per i territori palestinesi occupati, Maxwell Gaylard, ha affermato che a Gaza si sta verificando “una massiccia aggressione” contro i diritti umani.

Più di recente, il Commissario Europeo Louis Michel ha definito il blocco di Gaza come “una forma di punizione collettiva contro i civili palestinesi, che è una violazione della Legge Umanitaria Internazionale”.

Le statistiche sulle uccisioni avvenute nei territori palestinesi occupati debbono certamente spingerci ad interrogarci sul nostro impegno a difendere il diritto alla vita, il più fondamentale di tutti i diritti, protetto da un ampio spettro di strumenti giuridici internazionali. Più di 500 palestinesi sono stati uccisi soltanto quest’anno, fra cui 73 bambini, in conseguenza del conflitto. Più del doppio rispetto alle statistiche del 2005. Sull’altro fronte, 11 israeliani hanno perso la vita quest’anno.

Il cessate il fuoco non ufficiale a Gaza è stato accolto favorevolmente sia dagli israeliani che dai palestinesi. A difesa dell’inviolabilità della vita umana, noi speriamo che esso continui sostanzialmente a resistere, malgrado le recenti violazioni.

Il diritto alla libertà di movimento sancito dall’articolo 13 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo rimane anch’esso soltanto una lontana speranza per molti palestinesi. Il disumano blocco di Gaza che, come hanno affermato molti alti responsabili dell’ONU, punisce in maniera collettiva un milione e mezzo di persone, e gli oltre 600 posti di blocco che costituiscono un ostacolo fisico al movimento in Cisgiordania, ci ricordano tristemente l’incapacità della comunità mondiale di difendere questo articolo.

Con circa 10.000 palestinesi nelle prigioni israeliane, fra cui 325 bambini, la dichiarazione che “ognuno ha il diritto alla libertà ed alla sicurezza della persona”, e che nessuno dovrebbe essere sottoposto a trattamenti crudeli, disumani o degradanti, oggi risuona tristemente. Ad aggravare questi abusi vi sono statistiche che attestano l’assenza di tutela riguardo ad un’ampia fascia di diritti sociali ed economici. Un numero straordinariamente alto di abitanti di Gaza – più di metà della popolazione – vive attualmente al di sotto della soglia di povertà.

Questa è una crisi umanitaria. Ma si tratta di una crisi che è deliberatamente imposta da alcuni attori politici e dalle scelte che essi hanno compiuto. E’ il risultato di politiche che sono state imposte al popolo palestinese. Non è forse ora di riconsiderare queste politiche e di cercare un nuovo approccio? Non è ora di interrogarci nuovamente sul nostro impegno a difesa dei nobili principi della Dichiarazione Universale?

D’importanza centrale, fra tutti questi diritti, è il diritto all’autodeterminazione, il diritto ad uno Stato, del quale i palestinesi sono stati privati attraverso 60 anni di esilio e di espropri. I diritti sono protetti al meglio nel contesto di uno Stato, e noi dell’UNRWA (United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees in the Near East), incaricati di portare assistenza fino a quando la questione dei profughi non sarà risolta nel contesto di un accordo di pace definitivo, siamo consapevoli di questo come qualsiasi altro operatore umanitario che lavora oggi in Medio Oriente.

L’abisso che separa le parole dalle azioni desta incredulità in molti palestinesi. Rinchiusi all’interno di Gaza, o in attesa davanti ai checkpoint della Cisgiordania, essi sono in prima linea fra quelle aree in cui l’assenza di protezione è avvertita più acutamente. Il risultato è stato un crudele isolamento dalla comunità mondiale, alimentato dall’inazione del sistema internazionale. Un isolamento che conduce ad un senso di disperazione e di abbandono. In simili circostanze, il radicalismo e l’estremismo prendono piede facilmente.

Ma tutto questo può essere cambiato, e la tutela dei diritti è il punto da cui partire. Facciamo in modo che la protezione dei diritti dei palestinesi sia il denominatore comune di tutti i nostri interventi. Traduciamo in realtà la visione di coloro che firmarono la Dichiarazione Universale. La prolungata incapacità di farlo va a universale vergogna di tutti noi.

Karen AbuZayd è Commissario Generale dell’UNRWA (United Nations Relief and Works Agency); in precedenza la AbuZayd aveva lavorato per l’Ufficio dell’Alto Commissariato dell’ONU per i Rifugiati (UNHCR)

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giovedì, dicembre 11, 2008

L'amministrazione Obama e il processo di pace israelo-palestinese.

La definizione dei posti chiave della nuova amministrazione Usa che si insedierà il prossimo gennaio – e in particolare le nomine di Hillary Clinton a Segretario di Stato e la conferma di Robert Gates alla Difesa – hanno in gran parte smorzato le speranze e gli entusiasmi che l’elezione di Obama avevano suscitato nel mondo arabo.

Ci si chiede se il nuovo Presidente riuscirà davvero ad imporre un cambiamento significativo nelle politiche Usa per il Medio Oriente e, con particolare riferimento al conflitto israelo-palestinese, se la tanto auspicata pace tra questi due popoli non finisca con il configurarsi come una pace ad esclusivo interesse di Israele.

In questo senso, Arabnews propone la traduzione di questo articolo di Osama Abu Irsheid, pubblicato il 30 novembre scorso su al-Jazeera.net.

L’AMMINISTRAZIONE OBAMA E IL PROCESSO DI PACE ISRAELO-PALESTINESE
30.11.2008

Il clamore dello scontro elettorale americano si è finalmente placato, con l’elezione del senatore di colore Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti.

Tuttavia, l’elezione di Obama rappresenta solo l’inizio di un percorso, non la fine. Egli ha fatto molte promesse, e gli elettori si attendono grandi imprese. Certamente la soffocante crisi economica di cui soffrono gli Stati Uniti sarà in cima alle priorità, e la maggior parte delle preoccupazioni del nuovo presidente sarà rivolta al fronte interno, non all’estero. D’altra parte, secondo i sondaggi, è per questo motivo che Obama è stato eletto.

Tuttavia, questo non significa che le questioni di politica estera non compariranno nell’agenda della sua amministrazione. Probabilmente fra le questioni più importanti vi è il coinvolgimento americano in Iraq ed in Afghanistan, la nuova ascesa della Russia, lo spinoso rapporto con l’Iran, ecc.. Tuttavia, quello che ci interessa in questa sede è cercare di comprendere come l’amministrazione Obama gestirà il processo di pace in Medio Oriente.

Le contraddizioni esistenti nelle posizioni di Obama

E’ bene osservare innanzitutto che non è possibile trattare le linee generali concernenti le posizioni dell’amministrazione Obama rispetto al processo di pace in Medio Oriente, se non si comprende che la personalità stessa di Obama è caratterizzata da una serie di contraddizioni a questo riguardo.

Riscontriamo queste contraddizioni tra le sue convinzioni personali – in base alle quali egli è stato incline a mostrare una certa simpatia nei confronti dei palestinesi, la quale ha trovato espressione in alcune sue dichiarazioni rilasciate prima di diventare senatore – da un lato, e la necessità di essere in armonia con la linea politica tradizionale degli Stati Uniti – di cui l’appoggio incondizionato ad Israele è ritenuto uno degli elementi principali – dall’altro. E’ a questa linea politica ufficiale che Obama ha cominciato ad avvicinarsi dopo essere diventato senatore agli inizi del 2005, ed in misura ancora maggiore dopo aver annunciato la propria intenzione di candidarsi alla presidenza degli Stati Uniti.
L’importanza di chiarire questi retroscena e queste contraddizioni, nella personalità di Obama e nelle sue posizioni politiche, sta nel fatto che questo chiarimento ci aiuta a comprendere come l’amministrazione Obama affronterà la questione della pace in Medio Oriente.

Uno degli aspetti delle contraddizioni di Obama emerge dai nomi di alcune delle personalità che egli ha inserito nella squadra dei suoi consiglieri di politica estera. Nella lista dei suoi consiglieri per il Medio Oriente troviamo personaggi le cui posizioni riguardo al conflitto arabo-israeliano divergono e si contraddicono reciprocamente. Fra essi vi sono sostenitori di un punto di vista moderato, che chiedono politiche americane più equilibrate e che non hanno difficoltà a criticare Israele in alcune occasioni, come l’ex consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Jimmy Carter, Zbigniew Brzezinski; come Robert Malley, ex collaboratore del presidente Bill Clinton per il conflitto arabo-israeliano; come Samantha Power, professoressa all’Università di Harvard; e come Susan Rice, che aveva servito nel Consiglio per la Sicurezza Nazionale sotto l’amministrazione Clinton.

Vi sono poi alcuni sostenitori di Israele su tutta la linea, come Dennis Ross, inviato speciale per il Medio Oriente sotto l’amministrazione Clinton; Denis McDonough, che è stato consigliere per gli affari esteri dell’ex leader della maggioranza democratica al senato, Tom Daschle; e Dan Shapiro, uno dei membri del Consiglio per la Sicurezza Nazionale sotto l’amministrazione Clinton.

A causa delle pressioni esercitate nei confronti di Obama, la squadra che ha gestito la campagna elettorale del senatore dell’Illinois aveva sostenuto che questi ultimi tre sarebbero stati i veri consiglieri di Obama per tutto ciò che riguarda il Medio Oriente.

Le posizioni moderate dei primi tempi

Numerosi reportage giornalistici ricordano che all’inizio della sua vita politica Obama simpatizzava in una certa misura per i palestinesi, chiedeva una politica americana più equilibrata nei confronti del conflitto israelo-palestinese, ed era vicino alle tesi del fronte della pace all’interno del campo israeliano.

Questi reportage ricordano anche che – durante la sua campagna elettorale per entrare al Congresso nel 2000, la quale poi non fu coronata dal successo – egli criticò l’amministrazione del presidente Clinton per il suo sostegno incondizionato all’occupazione israeliana, chiedendole di adottare una posizione più neutrale fra la controparte israeliana e quella palestinese.

Sono state ricordate anche le sue critiche del 2004 contro il muro di separazione che Israele stava costruendo in Cisgiordania.

Nel marzo del 2007, nel corso della sua campagna elettorale Obama aveva dichiarato al giornale ‘Des Moines Register’, nello Stato dell’Iowa, che “nessuno ha sofferto più del popolo palestinese”.

Questa dichiarazione attirò su Obama una tempesta di critiche da parte della sua principale concorrente alle primarie del partito democratico, la senatrice Hillary Clinton, e da parte delle organizzazioni ebraiche.

I collaboratori di Obama non tardarono a diffondere un “chiarimento” in cui si diceva che il senatore democratico intendeva dire che “nessuno ha sofferto più del popolo palestinese a causa dell’incapacità della sua leadership di riconoscere Israele, di condannare la violenza, e di mostrare maggiore serietà nei negoziati per la pace e la sicurezza nella regione”. Questo è un linguaggio che Obama ha poi nuovamente utilizzato in seguito.

L’ “addomesticamento” di Obama

Con l’elezione di Obama al senato in rappresentanza dello Stato dell’Illinois, e con i primi accenni ad una sua possibile candidatura alla presidenza americana da parte del partito democratico, era necessario che egli utilizzasse toni che fossero maggiormente in accordo con la linea politica tradizionale degli Stati Uniti.

Uno degli elementi essenziali della linea politica ufficiale americana è Israele, ed il sostegno assoluto nei suoi confronti, al di là di qualsiasi possibile divergenza. Si tratta di una questione che non è legata a considerazioni di partito, ed è proprio a questo che ha accennato lo stesso Obama nel suo famoso discorso del 4 giugno 2008, tenuto presso l’American Israel Public Affairs Committee (AIPAC) a Washington.

Dopo l’esperienza al senato americano, è apparso in maniera evidente il cambiamento nelle posizioni di Obama. Lo dimostra il fatto che egli ha votato a favore dei provvedimenti legislativi legati ad Israele, tra i quali figura l’appoggio allo stato ebraico nella sua guerra contro Hezbollah nell’estate del 2006.

Tuttavia il breve curriculum di Obama a sostegno di Israele, durante i due anni al senato che hanno preceduto la sua candidatura alle presidenziali, non è stato sufficiente a spingere le organizzazioni ebraiche americane ad aver fiducia in lui.

Nel gennaio del 2008, con la sua sorprendente vittoria nell’Iowa durante le primarie del partito democratico, e con il crescere delle sue probabilità di divenire il candidato presidenziale dei democratici, fu scatenata contro di lui una violenta campagna, soprattutto da parte della sua principale concorrente di allora, la senatrice Hillary Clinton. Tale campagna insinuava che egli fosse nascostamente musulmano, oltre a mettere in dubbio il suo appoggio nei confronti di Israele.

Ad aumentare le pressioni nei confronti di Obama, giunse la diffusione delle dichiarazioni di Jeremiah Wright, il pastore della chiesa frequentata dal senatore democratico – dichiarazioni nelle quali aveva criticato Israele e l’occupazione dei territori palestinesi.

Per contrastare questa campagna su vasta scala, Obama optò per l’adozione di un linguaggio più apertamente favorevole ad Israele. Questo suo spostamento su posizioni più favorevoli ad Israele raggiunse il suo culmine in occasione del discorso che egli tenne alla conferenza dell’AIPAC nel giugno del 2008.

Un chiaro atteggiamento filo-israeliano

Nel suo discorso all’AIPAC, Obama giunse ad esaltare Israele ed il sogno che lo stato ebraico rappresenta, annunciando che: “La nostra alleanza si fonda su interessi e valori condivisi. Coloro che minacciano Israele, minacciano noi…Lavorerò per garantire che Israele sia in grado di proteggersi da qualsiasi minaccia, da Gaza a Teheran”.

Obama cercò anche di dare l’impressione che la sua opposizione alla guerra in Iraq fosse dovuta ai timori che egli nutriva per gli interessi di Israele, giacché la guerra in Iraq aveva rafforzato l’Iran, il quale rappresenta la vera minaccia per lo stato ebraico.

Nel suo discorso, egli si spinse ad annunciare il suo sostegno a favore di una “Gerusalemme unificata” capitale di Israele, una posizione che è in contrasto con la linea adottata dalle amministrazioni americane a partire dalla guerra del 1967 fino ad oggi.

E’ vero che, nel corso della sua campagna elettorale, egli ha poi smentito questa dichiarazione sostenendo di essere stato frainteso, e affermando che la questione sarà decisa dai negoziati finali fra israeliani e palestinesi, tuttavia questa dichiarazione dimostra fin dove Obama è disposto a spingersi per ingraziarsi il favore degli ebrei americani e di coloro che li appoggiano all’interno degli Stati Uniti.

Nello stesso discorso, Obama ha cercato di dare l’idea che il suo impegno a favore di Israele e della sua sicurezza rappresenti una sua convinzione personale. Egli ha paragonato la propria esperienza di ricerca dell’identità – in qualità di figlio di un africano del Kenya e di una donna bianca del Kansas, che non ha vissuto con suo padre, ma con il secondo marito di sua madre in Indonesia, per poi stabilirsi nello Stato delle Hawaii – all’esperienza degli ebrei che hanno cercato di incarnare la propria identità nella terra di Israele dopo anni di sofferenze e di speranze.

D’altra parte, il programma di politica estera Obama-Biden indica che la pietra angolare delle strategie della nuova amministrazione americana in Medio Oriente sarà Israele, e che tale programma ruoterà intorno all’impegno assoluto a garantire la sicurezza dello stato ebraico, ad aiutarlo a sviluppare un proprio sistema di difesa antimissile, e ad assicurare la continuità del sostegno economico e militare americano nei suoi confronti.

Una pace nell’interesse di Israele

Tornando alla questione delle contraddizioni esistenti fra le posizioni moderate di Obama nella fase precedente alla sua elezione al senato, e le sue dichiarazioni filo-israeliane del periodo successivo – e tornando ad esaminare il modo in cui tali contraddizioni si riflettono sulla scelta della squadra dei suoi consiglieri – osserviamo che Obama potrebbe effettivamente fare della questione legata al raggiungimento di una “pace definitiva” in Palestina uno degli obiettivi principali della sua amministrazione.

Tuttavia, la realizzazione di una pace del genere richiede numerose concessioni da parte israeliana. Obama si rende conto di questo, così come si rende perfettamente conto del fatto che simili concessioni richiederanno una pressione da parte americana nei confronti di Israele, e ciò farà infuriare lo stato ebraico ed i suoi sostenitori a Washington. Dunque, come farà Obama a conciliare il suo impegno a realizzare la pace con il suo orientamento favorevole ad Israele?

Nel suo discorso davanti all’assemblea dell’AIPAC a cui abbiamo accennato sopra, il candidato Obama aveva cercato di affrontare la questione dalla prospettiva secondo cui la pace sarebbe al servizio del supremo interesse di Israele. Egli disse che “tutte le componenti politiche all’interno di Israele si rendono conto del fatto che la sicurezza si ottiene con la pace; dunque è bene che noi, in qualità di amici di Israele, facciamo tutto quanto è in nostro potere per aiutare Israele ed i suoi vicini a realizzare questo obiettivo”.

Tuttavia, per raggiungere tale obiettivo vi sono delle condizioni che la controparte palestinese ed araba deve soddisfare in via preliminare – secondo quanto ha affermato Obama nello stesso discorso. I palestinesi devono combattere il terrorismo, e gli arabi devono normalizzare i propri rapporti con Israele.

In cambio, lo stato ebraico adotterà delle misure – che non siano in contrasto con le sue esigenze di sicurezza – per favorire la circolazione dei palestinesi, migliorare le condizioni economiche in Cisgiordania, ed impedire la costruzione di nuovi insediamenti.

E’ vero che Obama ha parlato, nello stesso discorso, della “necessità” che i palestinesi dispongano di uno stato geograficamente contiguo e coeso che permetta loro di prosperare, tuttavia qualsiasi accordo con i palestinesi dovrà garantire il carattere ebraico dello stato di Israele, all’interno di confini sicuri, riconosciuti e facilmente difendibili.

Obama ha anche sostenuto il diritto di Israele ad avviare nuovamente i negoziati con la Siria senza alcun veto da parte dell’amministrazione americana, aggiungendo che egli continuerà ad esercitare pressioni nei confronti della Siria affinché quest’ultima ponga fine alle sue ingerenze in Libano e smetta di appoggiare il “terrorismo”, alludendo con questa espressione a Hezbollah ed alle organizzazioni della resistenza palestinese presenti in Siria.

Conclusioni

Da quanto esposto fin qui emerge che Obama cercherà realmente di portare avanti i negoziati di pace in Medio Oriente, ma dovrà affrontare numerose sfide.

In primo luogo, sebbene egli parta da una posizione filo-israeliana, ciò non significa che Israele agirà di comune accordo con gli sforzi del nuovo inquilino della Casa Bianca. I governi israeliani si sono infatti sempre mostrati restii ad ottemperare agli impegni presi con le precedenti amministrazioni americane.

In secondo luogo, Obama non ha una visione chiara del tipo di soluzione che egli si prefigge di raggiungere. Sebbene egli abbia parlato di uno stato palestinese geograficamente contiguo, e dello stop alla costruzione di nuovi insediamenti, non ha chiarito quali saranno i confini di questo stato, e non ha indicato quale sarà la sorte degli insediamenti attuali, che occupano circa il 20% della Cisgiordania, per non parlare poi delle questioni di Gerusalemme, dei profughi, delle risorse idriche, ecc..

Naturalmente, l’ovvia risposta che verrà data a questi interrogativi è che queste questioni saranno lasciate al negoziato fra le due controparti. Tuttavia, l’esperienza di 17 anni di negoziati israelo-palestinesi dimostra senza ombra di dubbio che non ci si può affidare soltanto alla trattativa fra le parti coinvolte.

A ciò si aggiunga il fatto che lo stesso Obama ha indicato con chiarezza che qualunque soluzione dovrà tenere in considerazione la “sicurezza” di Israele – un’espressione estremamente vaga e dal significato manipolabile a piacere. Per non parlare poi del fatto che egli ha dichiarato che gli Stati Uniti non cercheranno di imporre alcuna soluzione ad Israele. Ma quest’ultima è un’affermazione che svuota di qualsiasi significato il ruolo di mediazione che ci si attende dall’America.

Inoltre, Obama sta compiendo gli stessi errori commessi dalle precedenti amministrazioni americane. Egli continua infatti a rifiutarsi di coinvolgere nei negoziati quelle forze palestinesi che hanno una presenza reale sul terreno, ed in particolare Hamas, che ottenne un’ampia maggioranza attraverso elezioni libere ed imparziali.

Obama chiede infatti il soddisfacimento di alcune precondizioni per accettare Hamas come partner nei negoziati. Queste condizioni sono il riconoscimento del diritto all’esistenza di Israele in qualità di stato ebraico, la condanna della violenza (ovvero della resistenza), ed il riconoscimento degli accordi firmati in precedenza dall’OLP. Si tratta, in altre parole, di questioni che dovrebbero essere discusse all’interno dei negoziati, e non imposte come precondizioni per avviare i negoziati stessi.

In breve, possiamo dire che Obama è incline ad adottare il modello di Bill Clinton nella gestione del processo di pace in Medio Oriente, piuttosto che quello di Bush. Se Clinton era intervenuto personalmente nei negoziati, Bush se ne era astenuto, o lo aveva fatto con estrema riluttanza.

Tuttavia, l’avvilente situazione economica in cui si trovano gli Stati Uniti potrebbe far sì che la promessa di Obama di impegnarsi direttamente ed immediatamente nei negoziati di pace non sia realizzabile nei primi due anni del suo mandato, sebbene questa questione si trovi in cima alla lista delle priorità della nuova amministrazione.

Inoltre, l’impegno dell’amministrazione americana nei negoziati avverrà in ogni caso da una prospettiva filo-israeliana, poiché l’orientamento filo-israeliano è una caratteristica stabile delle politiche americane che nessun presidente, da solo, può cambiare.

Tuttavia, vi è la speranza che l’orientamento filo-israeliano dell’amministrazione Obama sia un orientamento consapevole, e permetta di conseguenza di giungere a risultati che le precedenti amministrazioni non avevano ottenuto.

Ma, ancora una volta si tratta soltanto di speranze, visto che la semplice candidatura di Hillary Clinton al Dipartimento di Stato indica che ci troviamo di fronte ad una replica dell’esperienza dell’amministrazione filo-israeliana di Bill Clinton, anche se in un contesto diverso.

E’ infatti evidente che la natura e la storia dei rapporti israelo-americani è tale che questi rapporti sono ben più saldi e più forti di qualsiasi presidente, a prescindere dalla comprensione che quest’ultimo può avere della situazione dei palestinesi e della legittimità delle loro richieste.

Osama Abu Irsheid è un analista politico palestinese residente a Washington; è direttore del giornale ‘al-Mizan’

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martedì, dicembre 09, 2008

Gli orfani di Fatah.

Dal sito web del Campo Antimperialista riporto questa interessante lettera aperta di Ugo Giannangeli – che lo scorso Natale cercò insieme ad altri compagni del Comitato Gaza Vivrà di entrare nella Striscia di Gaza – indirizzata al segretario di Rifondazione Comunista, Paolo Ferrero.
Sullo stesso argomento, da leggere anche l'articolo di Angela Lano di Infopal del 7 dicembre scorso.
3 dicembre 2008

Caro Ferrero, innanzitutto mi presento. Sono quell’avvocato di cui la scorsa settimana “Liberazione” ha pubblicato il lungo articolo contro l’ergastolo.
Ho in comune con te l’essere tuttora comunista e il rivendicarlo pubblicamente.
Ho difeso per 35 anni i compagni che si imbattevano con la legge. Quale laico dò l’otto per mille ai Valdesi (quindi anche a te); il cinque per mille lo dò a “Per Gazzella”, l’associazione che assiste i bambini palestinesi feriti fondata dalla compagna partigiana Marisa Musu e da Marina Rossanda.
Alle ultime elezioni ho sottoscritto il manifesto astensionista e non ho votato. Alle precedenti ho votato Comunisti Italiani per la presenza in lista di Stefano Chiarini; prima ancora sempre Rifondazione, più o meno convinto.
Ciò detto, veniamo al dunque.
Credo che sia giunto il momento di affrontare senza reticenze e ambiguità il problema di Hamas.
Vado in Palestina dal 1988, in piena prima Intifada. Il primo palestinese conosciuto è stato un grande compagno, Kamal El Kaissi, che ci ha lasciato lo scorso anno dopo avere subito l’ultimo affronto israeliano: l’autoambulanza ferma per ore al check point di Betlemme con lui dentro morente. Lo avevo visto nella sua nuova casa a Betlemme due giorni prima che morisse.
Per tanti anni, come tanti “internazionali”, ho collaborato prevalentemente con le forze palestinesi di sinistra e con gli israeliani che, battendosi per la pace, necessariamente di sinistra erano.
Hamas era appena nato.
Le donne palestinesi con cui lavoravo erano vestite all’occidentale (jeans e maglietta); a Gaza trovavi qualcuna col velo, retaggio egiziano.
Ora tutto è cambiato: Hamas, appena ha deciso di presentarsi alle elezioni politiche, le ha vinte alla grande; in giro per Nablus e per Hebron trovi molte donne velate, più o meno integralmente. Le stesse donne che, come scrutatrici elettorali, nel 2006 non nascondevano il loro entusiasmo ad ogni voto per Hamas.
Ero lì come osservatore elettorale. Tutti hanno dato atto della assoluta regolarità delle elezioni. Appena noto l’esito, ho visto subito lo sgomento in faccia ai compagni che erano con me, soprattutto quelli legati a partiti e/o istituzioni (sindacati, ecc.). Uno si è spinto a dire: “questi sono fascisti”.
Erano gli stessi compagni che si erano rifiutati di incontrare esponenti di Hamas prima del voto ed anche dopo il voto. Li ho chiamati gli orfani di Fatah.
Successivamente sono tornato in Palestina ed Israele con un altro giro di compagni ed abbiamo incontrato prevalentemente esponenti di Hamas. Lasciamo stare le positive impressioni soggettive.
Il dato politico incontrovertibile è questo: chi porta avanti la resistenza contro l’occupazione colonialista sionista oggi è Hamas.
Senza la resistenza protrattasi per 60 anni (pensa che la nostra contro i nazifascisti è durata più o meno un anno e mezzo!), da tempo i palestinesi sarebbero una minoranza più o meno tollerata nel Grande Israele. Ora, invece, è ancora un popolo che lotta tra infinite difficoltà che avrebbero distrutto chiunque altro.
Fatah (almeno ai vertici) è ormai una forza collaborazionista, ampiamente foraggiata dall’Europa e dagli USA.
Con Israele c’è addirittura collaborazione militare (in maniera più o meno esplicita) in chiave antihamas e quindi antiresistenza.

Chi ragiona ancora in termini di classe conosce il vecchio metodo usato anche dagli antichi romani: per governare lontane provincie conquistate militarmente, selezionavano una elite dell’alta borghesia che comandava in nome e per conto del conquistatore (servi del padrone, padroni tra i servi).
Qualcosa di simile ai governi fantoccio in Iraq e in Afganistan.
Chiunque osi oggi ancora parlare di “processo di pace” è oggettivamente un collaborazionista filosionista. Nessun processo di pace è mai esistito nella realtà e nelle intenzioni israeliane; Oslo è stato un grande inganno. Oggi più che mai Israele porta avanti il suo antico progetto: più terra possibile, con meno palestinesi possibile (ricordi il detto: una terra senza popolo per un popolo senza terra?). Livni ha recentemente intimato: “Lasciateci fare; è affar nostro”.
A “sinistra” (!) ora tutti guardano ad Obama. Il colore della sua pelle fa dimenticare quanti miliardi ha speso nella campagna elettorale e chi lo ha foraggiato. Prima ancora che si sia insediato sono iniziate le prime delusioni.
Per la Palestina nessuna delusione perchè non c’è stato neppure tempo per illudersi.
Dopo due giorni dalla presentazione della candidatura, più o meno in contemporanea con Mc Cain, ha ritualmente espresso il suo amore per Israele, come tutti i Presidenti prima di lui.
La scelta del capo-staff è stata conseguenziale: il figlio di un terrorista dell’Irgun, quelli che mettevano le bombe negli alberghi (ricordi il King David?). Il giovanotto è molto legato al babbo (vedi la gaffe del vecchietto) e ad Israele.
Perchè questa lettera proprio oggi?
Perchè stai per andare in Palestina (ho letto la tua risposta ad una lettera). Ti invito a provare ad entrare a Gaza; se non riesci, incontra almeno Hamas in Cisgiordania; oppure prova ad andare a trovare i parlamentari palestinesi, regolarmente eletti, rinchiusi senza alcuna accusa nelle carceri israeliane.
E poi ti scrivo perchè ho letto parole che lasciano trapelare l’avversione per Hamas anche sul tuo giornale. Corrispondenza di Marretta da Gerusalemme: “Questa non è la Gaza dell’ANP; è l’Hamastan” “Embargo che colpisce solo la popolazione civile e non il movimento islamico Hamas”.
Una offensiva militare in Hamastan è legittima? Se l’embargo colpisse Hamas sarebbe legittimo?
Eppure la stessa giornalista ricorda che una delle condizioni poste da Hamas per il cessate il fuoco era la fine del soffocamento economico e umanitario dell’enclave palestinese e, a detta dell’UNRWA, non c’è stato neppure un allentanamento dell’embargo da giugno ad oggi. Non solo, ma la stessa giornalista ricorda che gli attacchi di Hamas hanno avuto come obiettivo l’esercito israeliano, cioè la forza militare occupante.
Ebbene, debbo ricordare ancora una volta che la resistenza anche armata contro l’occupante è legittima secondo le convenzioni di Ginevra? (di cui, non a caso, si sta pensando a una revisione).
Strafalcioni paurosi, poi, nel breve resoconto della manifestazione del 29/11.“I manifestanti hanno chiesto l’abbattimento del muro sorto sul territorio di Israele e rivendicano il diritto al ritorno dei palestinesi nei territori lasciati circa 60 anni fa ”.

1) Il muro non è un fungo che sorge, ma viene costruito.
2) Il muro è costruito non in Israele ma rubando altra terra ai palestinesi.
3) I territori non sono stati lasciati circa 60 anni fa ma esattamente 60 anni fa circa 750/800.000 palestinesi sono stati cacciati dalle loro case con le armi e con il terrore.

Fa meglio perfino il Corriere che usa il termine “lasciati" per i territori ma per il muro quantomeno dice che è stato “costruito da Israele”.
Il Manifesto (che, stranamente, dà un numero di partecipanti – 3.000 – inferiore a quello del Corriere – 5000) ricorda che solo il PdCI era visibile (Rifondazione ha firmato ma, evidentemente, non ha mobilitato).
Dice Marco Rizzo: “La sinistra sui temi dell’internazionalismo non esiste più”.
Dice Marco Ferrando: “Da tempo i gruppi dirigenti hanno cancellato la questione palestinese”.
Dici tu nella tua risposta alla lettrice: “Non possiamo permetterci l’indifferenza”.
Io, aggiungo, neppure l’ipocrisia di considerare Israele uno stato democratico e non vedere l’evidenza: è uno stato colonialista cui tutto è permesso in nome della Shoah.
La politica criminale dello Stato Israeliano provoca il diffondersi dell’antisionismo che nulla ha a che vedere con l’antisemitismo (quanti ebrei antisionisti ci sono!).
Napolitano su questo tema è recidivo.

Buon viaggio.
Ugo Giannangeli

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mercoledì, dicembre 03, 2008

Nessun accordo con questo Israele!

Domani, 4 dicembre, la sessione plenaria del Parlamento europeo dovrebbe assumere una decisione sull’eventuale rafforzamento dei rapporti tra la Ue e Israele.

Si tratta, in sostanza, di adottare un nuovo protocollo di cooperazione che offrirebbe ad Israele il pieno accesso a tutta una serie di programmi di ricerca scientifica, tecnica e accademica, offrendo uno Statuto di quasi membro della Ue ad un Paese che viola da decenni svariate risoluzioni Onu, che continua indisturbato la costruzione in territorio palestinese del muro di “sicurezza” dichiarato illegale dall’ICJ dell’Aja, che viola i diritti umani dei Palestinesi e commette quotidiani crimini di guerra nei Territori occupati, che discrimina sistematicamente le minoranze arabe presenti nel suo territorio.

Come ha affermato qualche giorno addietro il Primo Ministro palestinese Salam Fayyad, a partire da Annapolis e nonostante le solenni decisioni assunte in quella sede, Israele continua a non adeguarsi in nulla alla legalità internazionale e agli impegni dettati dalla Road Map; in particolare, l’attività di espansione degli insediamenti colonici nella West Bank continua indisturbata, aumentano i checkpoint, gli arresti e le demolizioni di case, e l’assedio della Striscia di Gaza e la letterale riduzione alla fame di un milione e mezzo di Palestinesi rappresenta un inaudito abominio e un gravissimo crimine di guerra.

In questo quadro, decidere di rafforzare ulteriormente i legami tra la Ue e Israele significherebbe mandare alla leadership e all’elettorato israeliani il chiaro messaggio che l’Europa sarà comunque al fianco di Israele e ne promuoverà una lenta ma costante marcia di avvicinamento e di integrazione, e ciò indipendentemente dai comportamenti concreti di Israele e dal progredire o meno del processo di pace con i Palestinesi.

Ieri il Ministro degli Esteri israeliano Tzipi Livni, davanti alla Commissione esteri del Parlamento europeo preparatoria di quella plenaria di domani, non ha avuto per niente toni concilianti, ed anzi, a fronte delle legittime preoccupazioni europee riguardo all’espansione degli insediamenti colonici in Cisgiordania e a Gerusalemme est, ha fermamente dichiarato che il processo di pace tra Israeliani e Palestinesi riguarda solo le due parti, e che non sono ben accette “interferenze” esterne: il che, in soldoni, significa affermare che si vuole mano libera per continuare negoziati di pace inutili e dilatori mantenendo, nel contempo, ben stretta la presa sui territori palestinesi e sulle loro risorse, e continuando l’odiosa e criminale occupazione militare che perdura da più di quarant’anni.

Tutto ciò non è ammissibile e, lungi dal decidere sul consolidamento delle relazioni, la Ue dovrebbe denunciare l’Accordo di associazione che la lega ad Israele, e che è subordinato – molti fingono di dimenticarlo – al “rispetto dei diritti umani e dei principi democratici cui si ispira la loro politica interna ed internazionale”.

Non è accettabile che la Ue promuova relazioni di alcun tipo con un vero e proprio Stato-canaglia, che pratica l’assassinio “mirato”, che viola la legalità internazionale, che viola costantemente i più basilari diritti umani dei Palestinesi, ivi incluso quello alla salute e all’integrità fisica, che pone in essere un infame assedio a un milione e mezzo di civili indifesi e abbandonati, cui non consente nemmeno l’accesso agli aiuti umanitari, che pratica sistematicamente la tortura, che utilizza l’arma del ricatto contro i malati, subordinando la possibilità di espatrio per curarsi alle informazioni rese ai servizi segreti.

E per questo che siamo chiamati a esercitare una ferma pressione, in ogni modo possibile, nei confronti dei rappresentanti italiani al Parlamento europeo, perché votino contro questo accordo vergognoso.

Segue un facsimile di lettera da inviare al gruppo politico di riferimento.

Gentile Membro del Parlamento europeo,

come elettore del Suo collegio e come angosciato cittadino del mondo, La esorto a votare contro l’Accordo di Associazione Ue-Israele il prossimo 4 dicembre. Questo accordo comprende il rafforzamento di un’ampia gamma di rapporti con Israele – incluse le relazioni economiche, commerciali, accademiche, sulla sicurezza e diplomatiche – in un momento in cui l’Unione europea dovrebbe ritenere responsabile e contestare ad Israele le persistenti violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale.

La Ue è ben consapevole dell’occupazione illegale israeliana di Gaza e della Cisgiordania, inclusa Gerusalemme est, e della massiccia colonizzazione di quest’ultima; gli Stati-membri della Ue, peraltro, hanno sempre regolarmente votato le risoluzioni Onu di condanna verso Israele per le violazioni dei diritti umani, le punizioni collettive e la costruzione e l’espansione degli insediamenti colonici e del muro di “sicurezza”. Nel 2002, inoltre, il Parlamento europeo ha votato la sospensione dell’Accordo di Associazione Ue-Israele a causa delle violazioni dei diritti umani poste in essere da Israele. Dal momento che tali violazioni persistono, non vi è ragione per la Ue di modificare la propria decisione.

Israele mantiene ancora, da più di un anno, il suo criminale assedio a Gaza – descritto dall’attuale Relatore Speciale dell’Onu per i Diritti Umani Richard Falk come un “preludio al genocidio” – che è già costato la vita a centinaia di malati, specialmente bambini ed anziani, a cui è stato negata la libertà di recarsi all’estero per ottenere cure mediche adeguate. L’assedio israeliano ha intenzionalmente e sistematicamente impoverito centinaia di migliaia di Palestinesi di Gaza, più del 50% fino adesso, costringendo alla chiusura gran parte del settore industriale e rovinando l’agricoltura. La maggior parte delle infrastrutture è stata distrutta e l’economia è completamente al collasso; la malnutrizione dei bambini è in rapido aumento, come testimoniato da vari rapporti Onu.

Israele, inoltre, ha costantemente violato i diritti umani più basilari attraverso l’accerchiamento e il trasferimento forzoso di intere comunità palestinesi dietro il muro di “sicurezza” illegale, l’imprigionamento di migliaia di Palestinesi senza processo e la sua politica degli assassinii extra-giudiziari. Israele si è anche ostinatamente rifiutato, per oltre 60 anni e nonostante i suoi obblighi derivanti dal diritto internazionale, di riconoscere e di rendere effettivo il diritto di milioni di rifugiati palestinesi a ritornare nelle proprie case, come stabilito dalla risoluzione Onu n.194. Da ultimo, Israele in questi anni ha posto in essere un sistema legislativo e amministrativo caratterizzato dalla discriminazione razziale verso i Palestinesi con cittadinanza israeliana in settori vitali quali l’accesso alla terra e all’impiego, soltanto perché essi sono dei “non Ebrei”.

Ciò premesso, sono sgomento per il fatto che la Ue rifiuti di adottare concrete azioni di condanna contro Israele in relazione a ciascuno di questi addebiti. La Ue, al contrario, si propone di chiudere gli occhi di fronte alle violazioni israeliane dei diritti dei Palestinesi approfondendo le sue relazioni con la potenza occupante. Questi accordi di cooperazione, che accresceranno i legami di Israele con la comunità internazionale, sono uno dei principali motivi del persistere dell’occupazione, dell’esodo forzato e delle sistematiche discriminazioni razziali contro il popolo palestinese. Impegnandosi in questi accordi, la Ue manda il messaggio che, in realtà, essa passa sopra al regime di apartheid israeliano e non contesterà ad Israele le sue gravi violazioni dei diritti dei Palestinesi.

La esorto, pertanto, come deputato del Parlamento europeo e in tutta coscienza, a votare contro l’Accordo di Associazione Ue-Israele. Nel far questo, Lei avrà accolto l’appello del Comitato Nazionale palestinese per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni (BNC), che rappresenta l’intero spettro della società civile palestinese, e che è stato appoggiato da oltre 100 organizzazioni internazionali, per esercitare pressioni su Israele ed isolarlo, anziché rafforzare i legami con esso (http://www.bdsmovement.net/?q=node/179). Questo appello è stato accolto anche da padre Miguel D’Escoto Brockmann, Presidente dell’Assemblea Generale dell’Onu, il quale ha esortato le Nazioni Unite a considerare di seguire l’iniziativa di questa generazione della società civile che chiama ad una campagna di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni per costringere Israele a porre termine alle sue violazioni.

Credo che sia giunta l’ora, con il Suo aiuto, che anche la Ue adotti questa posizione.

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lunedì, dicembre 01, 2008

Ecco come ci trattano i nostri "fratelli maggiori".

Dal sito Terrasanta.net una notizia che non ha bisogno di commenti.
Nella Città Santa sputano in faccia ai frati
di padre Rosario Pierri ofm
Gerusalemme, 28 novembre 2008
Carissimi amici, quella che vi sto per raccontare è una triste vicenda capitata a diversi frati della Custodia di Terra Santa qualche ora fa.

Stavamo tornando dal Getsemani dove ci eravamo riuniti per celebrare il rinnovo dei voti, dopo aver partecipato a una bella e serena celebrazione presieduta dal Custode. Al ritorno, lungo la strada, c'erano diversi gruppi di poliziotti che presidiavano la strada, mi riferisco al tratto che va dalla Porta dei Leoni in su, verso San Salvatore.

Noi tutti sappiamo che quando la polizia è dispiegata in questo modo è segno che è prevista una manifestazione di ebrei che attraversa il quartiere musulmano dove c'è il convento della Flagellazione.

Sta di fatto che a una quindicina di metri dall'entrata della Flagellazione, cioè del convento dove risiedo, io e altri due frati veniamo bloccati da un poliziotto che ci dice di fermarci perché stanno per arrivare i manifestanti, gli dico che mancano pochi metri e togliamo il disturbo, ma lui suggerisce di fermarci.

Roba da non credere. I manifestanti erano per lo più giovani, alcuni ragazzi, altri ragazzini, tutti, o almeno la maggior parte con riccioli alle tempie. Ad un tratto non si è capito più nulla. Abbiamo incominciato a sentire, via via che i manifestanti sfilavano, sempre più frequente, il caricamento dello sputo, il raschiamento della gola, il caricamento e la mira.

Dapprima gli aspiranti cecchini, dopo averci lanciato uno sguardo di disprezzo, si sono limitati a sputare lungo la strada o, avvicinandosi, ai nostri piedi, poi qualcuno più ardimentoso, visto che erano in molti, ha mirato verso di noi. Il poliziotto che ci aveva fermati, devo dire, li rimbrottava anche con forza. Macché, non gli davano neppure retta. Loro sputavano e basta.

Una volta messa in moto la sputacchieria l'emulazione ha fatto il resto. Cosa c'era di più allettante che puntare al volto e, c'è da scommetterci, vantarsi di aver sputato in faccia a un frate?

Quando mi sono reso conto che le cose stavano precipitando, volevo muovermi per andare a dire ai poliziotti che presidiano, proprio davanti all'entrata del nostro convento, l'uscita del tunnel che dal Muro del pianto sbocca sulla Via dolorosa, di intervenire. Nel mentre è arrivato l'eroe che mi ha sputato in faccia.

Ho reagito e, parlando in italiano devo avergli detto qualcosa come «buffone» o «vigliacco» o giù di lì. Se non gli ho detto così, o anche peggio, è quello che penso. Probabilmente colpito dalla reazione - chissà forse, ma è solo una supposizione, si aspettava che stessi lì a porgere l'altra guancia -, o forse perché lo sputo era stato solo saliva e poco muco, è tornato alla carica una seconda volta. Avevo osato reagire!

Ve lo dico? L'ho anticipato. Sì, confesso che l'ho anticipato. Ho ricevuto, cosa lieve, un calcio al braccio sinistro, non so come e non so da chi, né mi interessa. Nella calca che si è venuta a creare, un cappello nero quasi a tre punte mi ha detto in inglese (credo di aver capito bene) che mi ero trovato nel posto sbagliato nel momento sbagliato. Insomma eravamo una provocazione, ce l'eravamo cercata. La logica è logica. Se le cose stanno così, allora chiederò, anzi io e gli altri frati chiederemo pubblicamente scusa. Una cosa, però, la mira dello sputatore non era sbagliata, ma precisa. Questo gli va riconosciuto.

Non è un caso che la polizia si sia scusata, adducendo, come attenuante, che erano solo dei giovani. È un ritornello. A me è capitato di sentire e vedere, mentre passavo vestito da francescano quale sono, sputare in segno di disprezzo nell'area antistante al Muro del pianto e all'altezza della cosiddetta casa di Sharon, sempre da parte di giovani muniti di riccioli. Non c'è frate che sia vissuto in Terra Santa per qualche anno che non abbia fatto esperienza di incontri di questo tipo, e non solo con giovani.

Alcune precisazioni. Con questa denuncia non intendo neppure lontanamente generalizzare. Martedì scorso abbiamo celebrato la Messa in ricordo di fra Michele Piccirillo e ho visto presenti anche suoi affezionati amici ebrei che sono anche miei stimatissimi amici. In questa terra ho conosciuto persone, ho frequentato corsi di lingue presentandomi per quello che sono, un frate, e non ho mai percepito segni che facessero intendere fastidio o disprezzo nei miei confronti, anzi sono stato sempre ricevuto con simpatia e cordialità.

Ciò che intendo denunciare è essenzialmente questo. Se dei giovani sputano in questo modo e con questa arroganza e spavalderia anche alla presenza della polizia, vuol dire che hanno ricevuto un tale insegnamento dai loro maestri, se non dai loro padri, e godono di buone protezioni. Il fatto accaduto ha una chiara matrice pseudo-religiosa e il loro disprezzo è una manifestazione di odio. Ora provate a immaginare, se solo lontanamente qualcosa del genere fosse capitato a qualcuno di quei manifestanti anche nel più remoto angolo della terra. Cosa sarebbe successo nel mondo della comunicazione?

Per dirla tutta, io non ho alcuna pretesa di voler essere apprezzato o stimato per quello che sono, figuriamoci amato, uno è libero di disprezzarmi per quello che sono e per ciò che ai suoi occhi rappresento o posso rappresentare. Da qui a farmi sputare in faccia due volte senza reagire, purtroppo, ce ne passa ed è un mio limite.

Qualcuno qui alla Flagellazione mi ha fraternamente rimproverato di aver reagito, perché non bisogna mai scendere a quel livello. È vero. Poco prima avevamo rinnovato insieme i voti al Getsemani, dove il Custode ci aveva ricordato il fiat di Nostro Signore Gesù. Francesco non avrebbe mai reagito e avrebbe pregato per il suo sputatore, questo lo so fin troppo bene. Mi fermo qui per non cadere nella trappola della retorica.

Per giustificarmi ho detto di aver reagito come figlio dei miei genitori e membro della mia famiglia. Non era una scusa, ci credo e come, ed ha funzionato.

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