giovedì, luglio 29, 2010

Israele rade al suolo un intero villaggio e lascia 300 Beduini senza una casa.

Circa 300 Beduini che vivono nel deserto del Negev israeliano sono rimasti senza casa dopo che martedì scorso centinaia di poliziotti hanno fatto irruzione nel loro villaggio, radendolo letteralmente al suolo.

Secondo alcuni attivisti israeliani, che hanno tentato di impedire le demolizioni, un gran numero di poliziotti è piombato sul villaggio di Al-Araqib poco prima dell'alba in decine di veicoli e in almeno 12 autobus.

"Più di 1.500 poliziotti (!) sono arrivati nel villaggio al sorgere del sole - sono venuti con decine di veicoli e hanno cominciato a distruggere ogni struttura", ha detto Chaya Noach, capo del Negev Coexistence Forum for Civil Equality, un gruppo che si batte per tutelare i diritti dei 160.000 Beduini che vivono nel Negev.

Almeno cinque bulldozer si sono messi al lavoro per abbattere tutte le case del villaggio - tra le 30 e le 40 abitazioni di fortuna costruite con argilla e paglia, che però rappresentavano la casa di circa 300 di questi Arabi nomadi.

"Ci sono volute circa tre o quattro ore per distruggere tutte le case", ha raccontato la Noach, descrivendo la scena come "spaventosa". I bulldozer hanno anche sradicato centinaia di alberi di ulivo che appartenevano agli abitanti del villaggio.

"E come se volessero cancellare i beduini del paesaggio", ha detto.

Il portavoce della polizia Mickey Rosenfeld ha confermato l'operazione, affermando che le case erano state "costruite illegalmente", e che erano state distrutte sulla base di una sentenza emessa 11 anni prima che però non era mai stata eseguita.

"Circa 30 baracche sono state rimosse e diverse centinaia di persone sono state riportate nella zona di Rahat, da dove originariamente provenivano", ha proseguito, riferendosi ad una città beduina nei pressi, situata nell’arido sud di Israele.

Siyah Sheikh al-Turi, il capo del villaggio, ha detto che l'operazione ha cancellato ogni traccia del loro insediamento.

"Hanno distrutto le nostre case, hanno sradicato i nostri alberi, hanno preso i nostri generatori, le nostre auto e i nostri trattori. Non c'è rimasto niente, è come se noi non fossimo mai stati qui".

Ibrahim al-Waqili, capo del consiglio regionale dei villaggi non riconosciuti, ha detto che “questa è la prima volta che (gli Israeliani) hanno distrutto le case e tutto ciò che rimaneva nel villaggio". "Di solito distruggono sette o dieci case alla volta, ma questa volta hanno distrutto le strade e tutto ciò che poteva indicare che della gente aveva vissuto qui", ha detto Waqili.

L'operazione rappresenta "un pericoloso precedente", ha ammonito, dicendo che rappresenta una minaccia per i 45 villaggi non riconosciuti nel Negev, in cui risiedono circa 100.000 Arabi.

I Beduini sostengono di possedere centinaia di migliaia di dunam (ciascuno pari a 1.000 metri quadrati) di terra nel Negev, ma lo Stato ebraico non ha mai riconosciuto tale pretesa e vorrebbe che la popolazione si trasferisse altrove, in sette piccole enclavi progettate dal governo.

Una tale mossa, tuttavia, comporterebbe la rinuncia ad ogni rivendicazione sui terreni - un passo che la maggior parte dei Beduini non è disposto a compiere.

Uno dei modi principali in cui le autorità israeliane cercano di costringere i Beduini a lasciare le loro terre è quello di non rilasciare nessuna licenza edilizia, costringendoli a costruire illegalmente.

Tutte le strutture costruite senza permesso vengono poi denunciate e distrutte dalle autorità.

Le cifre fornite dal Negev Coexistence Forum indicano che dal 2005 il numero delle demolizioni delle case è in aumento. L'anno scorso, sono state distrutte 254 abitazioni, ma questa cifra è destinata ad aumentare notevolmente nel 2010, dato che il ministero dell'interno ha deciso di triplicare il tasso di demolizione di case nei villaggi non riconosciuti.

In Israele vivono circa 160.000 Beduini, la maggior parte dimora dentro e intorno il deserto del Negev. Più della metà di loro vive in villaggi non riconosciuti, senza servizi comunali come l'acqua e l'elettricità, e molti vivono anche in condizioni di estrema povertà.

Non bastasse questo, devono anche sopportare i comportamenti vessatori e discriminatori – che sconfinano nel razzismo – delle autorità israeliane.

Racconta un abitante del villaggio cancellato: "ho visto i sorrisi dei poliziotti e degli ispettori (che hanno eseguito le demolizioni), semplicemente se la godevano mentre i bambini sono rimasti senza una casa. Facevano segni di vittoria con le mani dopo la distruzione. Sembrava che fossero confusi, convinti di essere in Libano nella guerra contro Hezbollah".

E bisogna capire la gioia di questi poliziotti israeliani, martedì si sono coperti di gloria lasciando 300 persone senza un tetto sotto cui vivere. Donne e bambini compresi.

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domenica, luglio 25, 2010

Il videogioco (israeliano) della morte (dei Palestinesi).

L’articolo di Jonathan Cook che segue, pubblicato il 13 luglio sul sito web del Palestine Chronicle e precedentemente apparso sul The National di Abu Dhabi, è semplicemente agghiacciante e non abbisognerebbe di alcun commento, eppure sono diversi gli spunti di riflessione che esso offre.

Il primo consiste in una amara considerazione su quanto siano ridicole e pretestuose le tesi di chi ancora sostiene che i Palestinesi rappresentino una “minaccia” per Israele, probabilmente la stessa minaccia che un uomo armato di un bastone possa rappresentare per dei soldati dentro ad un carro armato.

Piuttosto si mette in evidenza, ancora una volta, come il conflitto israelo-palestinese rappresenti una vera manna per l’industria militare israeliana, che può testare su civili inermi i propri apparati di morte e metterli in vetrina agli occhi del mondo, per mostrarne la devastante efficacia. E chi altri, invero, può giovarsi di un poligono di tiro come quello di Gaza, dotato persino di esseri umani - inclusi i bambini - pronti ad essere massacrati in vece delle solite sagome di cartone?

Per converso, tutto il mondo, anche quanti a parole criticano gli inauditi crimini di guerra commessi dagli assassini di Tsahal, è pronto a fare affari con Israele e a usufruire della sua tecnologia bellica all’avanguardia.

Persino la Turchia – i cui governanti periodicamente prendono posizione, anche in modo teatrale, contro Israele – non disdegna di fare affari con gli oppressori del popolo palestinese. Il che, unitamente a episodi precedenti tra i quali, soprattutto, il mancato veto all’ingresso di Israele nell’Ocse, fa dubitare della sincerità del sostegno offerto da Erdogan alla causa palestinese.

Resta, infine, lo sconcerto per la tranquillità con cui le soldatesse israeliane si dichiarano – e sono – pronte a fare il proprio dovere e a uccidere i Palestinesi “incriminati”. Ma Israele non sosteneva di non occupare più la Striscia di Gaza? E, invece, pare non sia proprio così, dato che continua ad arrogarsi il diritto, tra le altre cose, di imporre arbitrariamente una zona-cuscinetto profonda ufficialmente 300 metri ma che – secondo quanto afferma l’UNOCHA – arriva fino ad un chilometro all’interno della Striscia, una zona non delimitata in cui chiunque entri può essere ucciso senza alcun avvertimento e senza alcun motivo.

La violazione di questa arbitraria “zona della morte”, solo nel 2010, ha comportato l’uccisione di 27 Palestinesi ed il ferimento di altri 99. Non è dato sapere quanti per mano delle impavide soldatesse addette al videogioco della morte.

ISRAEL’S NEW “VIDEO GAME” EXECUTIONS
di Jonathan Cook - Nazareth

Si chiama Localizza e Spara. Gli operatori si siedono davanti ad un monitor tv dal quale possono controllare l’azione con un joystick stile PlayStation.

Lo scopo: uccidere i terroristi.

Chi gioca: ragazze in servizio nell'esercito israeliano.

Localizza e Spara, come viene chiamato dai militari israeliani, può sembrare un videogioco ma le figure sullo schermo sono persone reali – Palestinesi di Gaza - che possono essere uccise premendo un bottone sul joystick.

Le soldatesse, situate lontano in un centro operativo, hanno la responsabilità di mirare e sparare con delle mitragliatrici telecomandate installate sulle torri di controllo situate ogni poche centinaia di metri lungo un recinto elettronico che circonda Gaza.

Questo sistema è uno degli ultimi dispositivi di “uccisione a distanza” sviluppati dall’azienda israeliana di armamenti Rafael, in precedenza settore di ricerca armamenti dell’esercito israeliano e ora azienda governativa a sé stante.

Secondo Giora Katz, vicepresidente della Rafael, i macchinari bellici telecomandati come Localizza e Spara rappresentano il volto del futuro. Egli si aspetta che entro un decennio almeno un terzo delle macchine usate dall'esercito israeliano per controllare terra, cielo e mare sarà senza equipaggio.

La richiesta di dispositivi di tal genere, ammette l'esercito israeliano, è stata in parte accresciuta da una combinazione di livelli di reclutamento in declino e di una popolazione meno pronta a rischiare di morire in combattimento.

Oren Berebbi, il capo di questa branca tecnologica, ha dichiarato di recente ad un giornale americano: “Stiamo cercando di arrivare a veicoli senza pilota in ogni luogo del campo di battaglia... Possiamo compiere sempre più missioni senza mettere a rischio neanche un soldato”.

Il rapido progresso tecnologico ha allarmato le Nazioni Unite. Philip Alston, relatore speciale sulle esecuzioni extragiudiziarie, lo scorso mese ha avvertito del pericolo che potrebbe presto emergere una “mentalità assassina da PlayStation”.

Secondo gli analisti, tuttavia, è improbabile che Israele rinunci a un dispositivo del quale è stato all'avanguardia dello sviluppo – utilizzando i territori Palestinesi occupati, e specialmente Gaza, come laboratori di sperimentazione.

La domanda di sistemi di armamenti telecomandati è in forte crescita da parte dei regimi repressivi e dalle fiorenti industrie di sicurezza nazionale in tutto il mondo.

“Questi sistemi sono ancora alle prime fasi di sviluppo, ma per essi vi è un vasto e crescente mercato”, ha affermato Shlomo Brom, generale in pensione e analista della sicurezza all'Istituto di Studi sulla Sicurezza Nazionale dell'Università di Tel Aviv.

Il sistema Localizza e Spara – ufficialmente conosciuto come Sentry Tech – ha attirato l'attenzione soprattutto in Israele perché è utilizzato da soldatesse di 19 e 20 anni, rendendolo l'unico sistema d’armi dell’esercito israeliano utilizzato esclusivamente da donne.

Le soldatesse sono preferite per utilizzare dispositivi di uccisione a distanza a causa della carenza di reclute maschili per le unità di combattimento israeliane. Le ragazze possono effettuare missioni senza rompere il tabù sociale di mettere a rischio le loro vite, ha affermato il signor Brom.

Le donne sono tenute a identificare qualsiasi individuo sospetto che si avvicini alla recinzione che circonda Gaza e, se autorizzate da un ufficiale, a ucciderlo utilizzando il loro joystick.

L'esercito israeliano, che prevede di introdurre questa tecnologia lungo le altre linee di conflitto israeliane, rifiuta di dichiarare quanti Palestinesi siano stati uccisi a Gaza dalle mitragliatrici telecomandate. Secondo i media israeliani, tuttavia, si ritiene si tratti di varie dozzine.

Il sistema è stato introdotto gradualmente due anni fa per la sorveglianza, ma gli operatori sono stati in grado di aprire il fuoco solo più di recente. L'esercito ha ammesso di aver usato Sentry Tech a dicembre per uccidere almeno due Palestinesi a diverse centinaia di metri all’interno della recinzione.

Il quotidiano Haaretz, a cui è stato consentito un raro accesso a un centro di controllo del Sentry Tech, ha riportato la testimonianza di un soldato, Bar Keren, 20 anni, che ha affermato: “È molto allettante che sia io a farlo. Ma non tutti vogliono questo incarico. Non è una cosa semplice impugnare un joystick come quello di una Playstation Sony e uccidere, ma alla fine si tratta di difendersi”.

I sensori audio sulle torri indicano che le donne sentono il colpo quando uccide il bersaglio. Nessuna donna, riporta Haaretz, è venuta meno al suo dovere di sparare a quello che l'esercito chiama un Palestinese “incriminato”.

I militari israeliani, che impongono una cosiddetta “zona cuscinetto” – una terra di nessuno non delimitata – dentro la recinzione che si estende fino a 300 metri all’interno della piccola enclave, sono stati largamente criticati per aver aperto il fuoco contro civili entrati all'interno della zona chiusa.

Ad aprile, in incidenti separati, un dimostrante palestinese di 21 anni è stato ucciso e un' attivista di solidarietà maltese è rimasta ferita quando hanno preso parte ad una manifestazione di protesta che intendeva piantare una bandiera palestinese nella zona cuscinetto. La donna maltese, Bianca Zammit, stava registrando un video quando è stata colpita.

Non è chiaro se Localizza e Spara è stato utilizzato contro questi manifestanti.

L'esercito israeliano sostiene che Sentry Tech è “rivoluzionario”. E ciò renderà il suo potenziale di mercato più grande quando altri eserciti cercheranno nella tecnologia dell' “uccisione a distanza” un fattore di innovazione.

È stato reso noto che Rafael sta sviluppando una versione di Sentry Tech in grado di lanciare missili guidati a lungo raggio.

Un altro tipo di macchinario sviluppato recentemente per l'esercito israeliano è il Guardium, una macchina-robot corazzata che può pattugliare il territorio fino a 80 km orari, percorrere le città, tendere “imboscate” e sparare a dei bersagli. Attualmente pattuglia i confini israeliani con Gaza e il Libano.

I suoi sviluppatori israeliani, G-Nius, lo hanno definito il primo “soldato robot” al mondo. Sembra la versione di prima generazione dell’immaginaria “corazza-robot” indossata dai soldati del recente, famoso film di fantascienza Avatar.

Rafael ha prodotto la prima motovedetta senza equipaggio, la “Protector”, che è stata venduta alla marina di Singapore ed è fortemente commercializzata negli U.S.A. Un funzionario della Rafael, Patrick Bar-Avi, ha dichiarato al quotidiano finanziario israeliano Globes: “Le marine di tutto il mondo soltanto ora stanno cominciando ad esaminare i possibili usi di un mezzo del genere, e le possibilità sono infinite”.

Ma Israele è più conosciuto per il suo ruolo nello sviluppo di “aerei senza pilota” – o droni, come sono diventati noti. Originariamente concepiti per lo spionaggio, e utilizzati per prima usati da Israele nel sud del Libano all'inizio degli anni 80, oggi vengono sempre più usati per compiere esecuzioni extra-giudiziarie da migliaia di metri dall'alto.

A febbraio Israele ha presentato ufficialmente il drone Heron TP lungo 14 metri, il più grande di sempre. Capace di volare da Israele all'Iran e di trasportare più di una tonnellata di armi, l'Heron è stato testato da Israele a Gaza durante l'Operazione Piombo Fuso nell'inverno 2008, nella quale sono stati uccisi circa 1.400 Palestinesi.

Più di 40 paesi attualmente utilizzano droni, molti dei quali costruiti in Israele, sebbene fino ad ora soltanto l'esercito israeliano e quello U.S.A. li abbiano impiegati come macchine per uccisioni telecomandate. I droni israeliani vengono utilizzati largamente in Afghanistan.

Droni più piccoli sono stati venduti agli eserciti tedesco, australiano, spagnolo, francese, russo, indiano e canadese. Si ritiene che il Brasile impiegherà i droni per provvedere alla sicurezza dei Mondiali del 2014, e anche i governi di Panama ed El Salvador li vogliono, apparentemente per eseguire operazioni antidroga.

Malgrado la crisi diplomatica con Ankara, è stato reso noto che il mese scorso Israele ha concluso un contratto per la vendita di una flotta di 10 Heron all'esercito turco per 185 milioni di dollari.

Jonathan Cook è uno scrittore e giornalista di Nazareth, Israele. I suoi ultimi libri sono “Israel and the Clash of Civilisations: Iraq, Iran and the Plan to Remake the Middle East” (Pluto Press) e “Disappearing Palestine: Israel's Experiments in Human Despair” (Zed Books). Il suo sito web è www.jkcook.net

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venerdì, luglio 23, 2010

La pulizia etnica a Gerusalemme est, un cancro che mina ogni speranza di pace.


Il report dell’UNOCHA relativo alla settimana compresa tra il 7 e il 13 luglio ci informa che sono riprese le demolizioni di abitazioni palestinesi a Gerusalemme est. Le ultime, in ordine di tempo, si sono registrate nei quartieri di Beit Hanina, Jabal Al Mukabber e Al ‘Isawiya, e hanno riguardato tre abitazioni, due case in costruzione, un deposito e le fondamenta di un edificio.

Il risultato è che 25 Palestinesi, inclusi 12 bambini (il più piccolo dei quali di soli due mesi), sono stati sfollati forzatamente.

Le autorità municipali naturalmente sostengono che le demolizioni riguardano soltanto le costruzioni prive dei regolari permessi rilasciati dalle autorità israeliane, ma è noto non solo che ai Palestinesi è consentito costruire solo sul 13% dell’estensione di Gerusalemme est, ma anche che ottenere tali permessi equivale a vincere una lotteria milionaria.


Così nel 2010, per tali motivi, sono state già demolite 24 strutture di proprietà di Palestinesi, lasciando senza un tetto 32 persone, tra le quali 17 bambini.

Di contro le colonie ebraiche a Gerusalemme est coprono già un terzo dell’intera superficie municipale e sono in continua espansione, in quanto ai coloni viene naturalmente consentito di costruire in ogni dove e senza alcun vincolo.

L’articolo che segue – scritto il 15 luglio da Seth Freedman per il Guardian e qui proposto nella traduzione offerta da Medarabnews – ci ricorda che il cancro della giudaizzazione di Gerusalemme est e la strisciante pulizia etnica in atto ai danni della popolazione palestinese residente impone un fermo intervento della comunità internazionale, per impedire la fine di ogni possibilità di accordi di pace e una inevitabile ripresa della violenza e degli scontri.

Impedire le demolizioni di abitazioni palestinesi da parte di Israele.

In teoria, un comune che demolisce delle strutture abusive sul proprio territorio non dovrebbe sorprendere nessuno. In pratica, tuttavia, tale misura deve essere considerata nel contesto della più ampia politica del luogo – e quando si tratta della polveriera israelo-palestinese, le azioni delle autorità israeliane dovrebbero essere considerate per quello che sono: un comportamento provocatorio e pieno di astio.

Mettendo fine al congelamento delle demolizioni di case palestinesi a Gerusalemme Est, durato nove mesi, questa settimana gli operai comunali hanno raso al suolo tre case della zona, provocando una tempesta di polemiche sia in patria che all’estero. Il congelamento fu introdotto in seguito al caso diplomatico sorto durante le ultime demolizioni a Gerusalemme Est, in occasione della visita di Hillary Clinton nel marzo 2009 – demolizioni descritte dalla Clinton come “inutili” e come una violazione degli impegni assunti da Israele nel contesto della Road Map.

Da allora, Israele ha continuato ad ignorare gli accordi che sancivano una moratoria sulle costruzioni illegali nelle colonie israeliane, pur continuando a perseguire una linea dura nei confronti dei residenti palestinesi di Gerusalemme Est. L’espulsione di famiglie palestinesi a Sheikh Jarrah continua a ritmo sostenuto, per far posto a nuovi coloni; a Silwan è in programma la demolizione di 22 case per la costruzione di un giardino pubblico, e in tutta la zona orientale della città viene esercitata una pressione incessante come parte di quella che gli attivisti chiamano la politica del “trasferimento silenzioso”.

Secondo Angela Godfrey-Goldstein dell’ Israeli Committee Against House Demolitions, il “trasferimento silenzioso” denota la pratica di esasperare gradualmente i palestinesi, finché essi si arrendono per la disperazione, abbandonano l’area e si spostano verso est. La politica dei permessi edilizi fa parte del trasferimento silenzioso – sostiene.

La maggior parte di Gerusalemme Est è stata dichiarata “area verde”, il che impedisce la costruzione di case, cosa che a sua volta porta ad una grave carenza di alloggi nella città. La presenza di un numero insufficiente di unità abitative rispetto ai bisogni dei residenti significa che il costo delle proprietà sale alle stelle e che le persone del posto vengono escluse dal mercato, e costrette a cercare un alloggio meno costoso dall’altro lato del muro di separazione. Una volta che hanno abbandonato la città, viene loro sottratto il diritto al possesso di documenti di identità di Gerusalemme, distruggendo in questo modo ogni loro speranza di trovare impiego in Israele; e così esse vengono efficacemente intrappolate per sempre nella povertà della Cisgiordania.

Nel frattempo, viene dato il via libera ai coloni perché costruiscano in ogni direzione – un evidente caso di discriminazione, fa notare Godfrey-Goldstein. Nei rari casi in cui i tribunali israeliani dichiarano come abusivi degli edifici di coloni – come nel caso di Bet Yehonatan a Silwan – gli ordini di sfratto sono ignorati dai coloni e non vengono fatti rispettare dalle autorità, dimostrando l’uso di due pesi e due misure da parte del comune di Gerusalemme per quanto riguarda le violazioni abitative.

Al di là delle terribili implicazioni per quelle famiglie che i bulldozer hanno lasciato senza casa questa settimana, le demolizioni rappresentano un altro duro colpo per le relazioni israelo-palestinesi. La distruzione delle case a Beit Hanina e Issawiya è un chiaro segnale di quanto poco importino ai leader israeliani le concessioni e i compromessi, e di quanto essi preferiscano accumulare capitale politico sul fronte interno inchinandosi agli ultra-nazionalisti.

I politici israeliani stanno seguendo questo atteggiamento da mesi, e la loro risolutezza è rafforzata dalla debole reazione internazionale, dopo che essi si sono fatti beffe del diritto internazionale e dei codici morali più elementari.

Nir Barkat, storico sindaco di Gerusalemme, è noto per aver respinto le critiche di Hillary Clinton riguardo alle demolizioni di case, l’anno scorso, definendole “aria fritta”, riassumendo così l’atteggiamento beffardo e sicuro di sé tipico della gran parte di coloro che sono al timone della politica israeliana.

Purtroppo, non è difficile capire da dove derivi la loro arroganza: da anni nessun leader americano o europeo ha osato accompagnare le proprie parole di rabbia con azioni concrete, quali per esempio l’applicazione di sanzioni contro Israele.

Malgrado il grande clamore che ha accompagnato l’ascesa di Barack Obama al vertice della politica americana, nulla è cambiato nel rapporto tra gli Stati Uniti e il loro alleato in Medio Oriente. Gli sforzi di trattare in maniera ragionevole e seria la questione della divisione di Gerusalemme si sono arenati, insieme ad altre questioni controverse – come la questione degli insediamenti illegali, dei diritti idrici in Cisgiordania, e dei profughi palestinesi.

In un tale scenario, la ripresa delle demolizioni a Gerusalemme Est deve essere vista per quello che è: una sfacciata dichiarazione d’intenti, sia a livello locale che internazionale.

La “giudaizzazione” di Gerusalemme Est è una politica dichiarata, da parte di numerosi gruppi di coloni e di loro sostenitori a livello economico e politico, e ogni casa demolita ed ogni famiglia espulsa dalla propria abitazione accelera il processo di pulizia etnica già intrapreso.

Se non si fa nulla per fermare questo cancro, l’inevitabile risultato sarà una rottura totale dei colloqui tra le due parti, che a sua volta probabilmente scatenerà un’ondata di violenti scontri.
L’unico modo per evitare una simile svolta disastrosa è che gli Stati Uniti, l’Unione Europea ed altri esercitino pressioni su Israele – perché è Israele che ha in mano tutte le carte da giocare, quando si parla di negoziati. Qualsiasi misura più blanda non funzionerebbe: ormai non c’è quasi più tempo per portare le due parti al tavolo negoziale, e i soli vincitori dello status quo attuale sono gli estremisti. Né gli israeliani né i palestinesi meritano, né possono permettersi, le conseguenze di un’altra intifada, e quindi è necessario un intervento risoluto.

La demolizione delle abitazioni è solo la punta dell’iceberg, ma è uno dei tanti fattori incendiari in termini delle implicazioni politiche che comportano. Se i leader israeliani hanno dimostrato che a loro importa ben poco del danno che stanno arrecando sia in termini fisici che emotivi, è giunto il momento che qualcuno li costringa a tenere in maggior conto tali danni, per il bene di tutte le parti interessate.

Seth Freedman è un giornalista e scrittore britannico che risiede a Gerusalemme

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Le guerre contro il popolo palestinese.

Un interessante articolo scritto il 14 luglio da Abdul Sattar Kassem per il sito web di al-Jazeera, proposto nella traduzione offerta da Medarabnews.

Solitamente si ritiene che il popolo palestinese debba far fronte a un’unica guerra, legata all’occupazione della Cisgiordania ed all’assedio della Striscia di Gaza – se non legata solamente a quest’ultimo, considerato che la Cisgiordania è oggetto di negoziati e che al suo interno esiste una forma di autogoverno palestinese sotto la bandiera israeliana.

L’informazione gioca un ruolo essenziale nel produrre questa convinzione, poiché si concentra sulla Cisgiordania e sulla Striscia di Gaza ed ignora le altre componenti del popolo palestinese in tutti gli altri luoghi in cui esse si trovano. I palestinesi stessi – o almeno alcuni di loro – giocano un ruolo importante a questo riguardo, poiché hanno accettato di circoscrivere il dibattito internazionale e mediatico relativo alla questione palestinese al problema dell’occupazione del 1967, ed hanno cominciato a ripetere l’espressione “territori palestinesi” per riferirsi alla Cisgiordania ed alla Striscia di Gaza, o a parte di esse, dimenticando in questo modo il resto della Palestina mandataria e le altre componenti del popolo palestinese, ad eccezione delle chiacchiere politiche che a volte sorgono riguardo al diritto al ritorno.

Tuttavia il popolo palestinese non è vittima di un’unica guerra, ma di numerose guerre in tutti i luoghi in cui ha una presenza consistente. Tali guerre sono finalizzate ad un suo indebolimento complessivo. Coloro che si accaniscono contro il popolo palestinese vogliono fiaccarlo nel suo insieme, e non solo parzialmente, affinché non rimanga più nessuno a difendere la questione palestinese e ad ostinarsi a vedere riconosciuti i diritti palestinesi. Essi puntano a dissolvere la questione palestinese (e non a risolverla) dissolvendo il popolo palestinese in un insieme di individui isolati che cercano semplicemente di perseguire i propri interessi e di garantirsi qualcosa per vivere. Ciò è possibile solo se la guerra viene combattuta su più fronti e a diversi livelli, a seconda dei luoghi dove si concentra la presenza palestinese. Costoro non prevedono di fiaccare una parte del popolo palestinese per poi passare alla parte successiva, ma puntano a indebolirlo nel suo insieme in un colpo solo, affinché nessuna delle sue componenti possa rappresentare un fattore in grado di alimentare il resto. Elenchiamo di seguito le forme principali di questa guerra molteplice.

La guerra degli stipendi e delle cariche

Questa guerra viene combattuta in Cisgiordania per far concentrare la gente sul proprio impiego, il cui stipendio dipende dai paesi donatori ed il cui pagamento dipende in fin dei conti da Israele e dagli Stati Uniti. Si tratta di una guerra di adescamento per trasformare la Palestina in un luogo di apparente benessere e prosperità, trasformando i difensori della questione palestinese in guardie del regno di Israele. Questa guerra si distingue per le seguenti caratteristiche:

1) Aumentare il numero di funzionari dell’Autorità Palestinese, perché ciò significa che un numero maggiore di famiglie palestinesi finisce per dipendere economicamente dai salari erogati dall’ANP, frenando in questo modo il desiderio palestinese di resistere all’occupazione. L’impiegato palestinese e coloro che dipendono da lui sono costretti a pensarci due volte prima di esprimere o adottare una posizione che non piace a Israele ed a coloro che le sono fedeli, poiché ciò comporta il rischio di essere licenziati. I paesi donatori sono chiari a questo proposito, così come lo sono Israele e gli Stati Uniti. Essi non sono disposti a pagare i salari a coloro che potrebbero non condividere gli accordi firmati dall’ANP con Israele.

2) Colpire la produzione palestinese affinché i palestinesi non si rafforzino facendo affidamento economicamente su se stessi, neanche in misura parziale. A partire dagli accordi di Oslo, molti settori della produzione palestinese sono stati sabotati, a cominciare dall’agricoltura. L’agricoltura palestinese, che è strettamente legata a molti valori nazionali palestinesi, è stata colpita duramente in modo da costringere migliaia di palestinesi a cercare altri modi per far fronte al crescente costo della vita, in primo luogo entrando a far parte dei servizi di sicurezza palestinesi, che operano in stretto coordinamento con Israele. Sono state boicottate le sartorie a Tulkarem, le fabbriche e i laboratori artigiani di Nablus e Hebron, ed in particolare le fabbriche di scarpe, che producevano i migliori prodotti del mondo. Quest’anno ho cercato le coltivazioni di angurie a Marj Ibn Amir, ma non ne ho trovate perché le angurie israeliane riempiono i mercati. Ho cercato le sartorie, ma ne ho trovate pochissime perché le importazioni hanno preso il posto della produzione locale. Questa tragedia ha anche danneggiato artigiani come i fabbri e i falegnami.

3) Corrompere i funzionari di alto livello dell’Autorità Palestinese offrendo loro benessere e comodità, come automobili di lusso, facilitazioni di viaggio e di spostamento, garantendo loro le spese quotidiane come la benzina, le carte prepagate per i cellulari, le carte da VIP. Molti uomini dell’ANP, ed in particolare quelli dei servizi di sicurezza, sono sommersi da una serie di facilitazioni e comodità affinché sorveglino il resto del popolo palestinese nell’ambito degli accordi presi. Per alcuni la Palestina è diventata un paradiso personale.

4) Far perdere alla gente la speranza in un futuro di indipendenza, attraverso il dispiegamento dei servizi di sicurezza palestinesi e l’applicazione dei loro controlli continui, e punendo chi esprime il proprio dissenso nei confronti di Israele o dell’ANP. La faccenda giunge al punto di far perdere il lavoro a chi è sospettato di opporsi all’ANP o di appartenere a fazioni dell’opposizione.

Attaccare la coscienza nazionale palestinese distraendo la popolazione con questioni secondarie come feste e intrattenimenti, feste dello shopping, manifestazioni da guinness dei primati, e peggiorando il livello dell’istruzione nelle scuole e nelle università. E’ in atto un processo di disintegrazione della coscienza nazionale palestinese attraverso il tentativo di trasformare la gente in semplici consumatori preoccupati unicamente del soddisfacimento dei propri istinti.

La guerra di israelizzazione

Questa guerra è stata scatenata da Israele contro i palestinesi all’interno delle terre occupate nel 1948, con l’obiettivo di trasformarli in israeliani al servizio dei sionisti che abusano di loro, confiscano le loro terre, e li privano dei loro diritti umani e nazionali. L’espressione “arabo israeliano” è una delle principali espressioni attualmente utilizzate a livello popolare e nei mezzi di informazione che incarna la questione della israelizzazione. Tale espressione nega l’autenticità del popolo palestinese e svende la sua esistenza a vantaggio di quella di Israele. Bisogna anche osservare che gli arabi non riescono ad ottenere seggi nella Knesset in misura proporzionata ai loro voti reali perché molti di essi votano per i partiti sionisti.

Malgrado il successo parziale di Israele nel processo di israelizzazione, la fermezza resta l’atteggiamento predominante presso molti palestinesi in Israele, che sembrano in grado di preservare l’identità araba ed islamica palestinese. Non possiamo che lodare le battaglie mediatiche, politiche e religiose nelle quali essi si impegnano in difesa della loro identità, dei loro diritti e dei luoghi santi.

La guerra di assedio

La Striscia di Gaza ha subito la stessa guerra che ha colpito la Cisgiordania fino al giugno 2007 (data in cui vi è stata la secessione di fatto tra la Cisgiordania controllata dall’ANP e la Striscia di Gaza controllata da Hamas (N.d.T.) ). Contro la Striscia è stato imposto il più duro ed esteso assedio ai danni di un popolo che la storia abbia conosciuto. Si sono riunite le nazioni dall’Oriente e dall’Occidente, dall’Europa al mondo arabo, per assediare Gaza economicamente, finanziariamente, e militarmente, da terra, dal mare e dal cielo, al fine di riportarla sotto il controllo dell’ANP; e questo assedio è ancora in atto, con un’ampia partecipazione a livello mondiale. L’assedio ebbe inizio con alcune interruzioni nell’approvvigionamento di generi alimentari e nella fornitura di energia elettrica, insieme ad alcuni attacchi aerei israeliani, senza tuttavia riuscire a piegare la volontà della gente. Poi si trasformò in un assedio pienamente applicato, ma il risultato fu che la gente protestò al confine palestinese-egiziano. Poi Israele scatenò una guerra contro Gaza che si protrasse per 23 giorni. Malgrado i massacri e la distruzione, tale guerra si rivelò anch’essa un fallimento.

La fermezza di Gaza ha portato a due conseguenze: l’aguzzarsi dell’inventiva della gente della Striscia per organizzare la propria vita quotidiana , e l’aumento della solidarietà popolare ed ufficiale a livello internazionale nei confronti degli abitanti di Gaza. Gaza è riuscita a contrabbandare generi alimentari, denaro ed armi. Le campagne di solidarietà hanno portato alla mobilitazione dei mezzi di informazione internazionali per spiegare la situazione nella Striscia. Gaza ha certamente sofferto moltissimo a causa dell’assedio, ma è riuscita in buona misura ad assediare l’assediante. La gente di Gaza ha mantenuto un atteggiamento di fermezza, rifiutando tutti gli adescamenti ed i tentativi di dissolvere la questione palestinese.

La guerra di persecuzione e di umiliazione

Questa guerra è stata scatenata dai regimi arabi contro il popolo palestinese, essendo i palestinesi considerati dei colpevoli che devono dimostrare la propria innocenza. Essi sono accusati di cercare dei mezzi che li aiutino a liberare la propria patria ed a ristabilire i propri diritti; ma siccome ciò significa organizzare azioni di resistenza contro Israele, i regimi arabi si considerano responsabili agli occhi di Israele e dell’America. I servizi di sicurezza arabi si impegnano molto a perseguitare i palestinesi, a pedinarli, a gettarli in prigione, ed a umiliarli, affinché accettino le “soluzioni” che vengono loro prospettate. I palestinesi non possono adoperare tranquillamente gli aeroporti arabi perché vengono continuamente ostacolati e fermati dai servizi segreti, che rivolgono loro accuse sebbene siano consapevoli che essi non costituiscono una minaccia per la sicurezza dei paesi arabi. Dopo gli accordi di Oslo, i palestinesi stessi si sono aggiunti alla lista dei regimi arabi che perseguitano i palestinesi.

La maggior parte dei regimi arabi sono alleati con gli Stati Uniti, e sono alleati direttamente o indirettamente con Israele; essi temono il pesante bastone di Israele qualora dovessero lasciare che i palestinesi cerchino il modo di liberare la loro terra. Dal canto suo, Israele ha un ruolo importante nel preservare alcuni regimi, rivelando tentativi di golpe e di ribellione, o utilizzando le forze di sicurezza israeliane per contrastare i movimenti di ribellione arabi.

La guerra dell’emigrazione

Le restrizioni di cui soffrono i palestinesi in Palestina e nei paesi arabi li spingono a pensare di lasciare il mondo arabo, mentre il nemico israeliano pensa a come facilitare questa emigrazione. Vi sono paesi come la Norvegia, la Svezia, il Canada, l’Australia e gli Stati Uniti che aprono le loro porte all’immigrazione dei palestinesi e facilitano loro le pratiche procedurali. Una volta erano richieste buone competenze professionali per accettare la domanda di immigrazione, ma ora viene accolta anche la manodopera non qualificata, naturalmente dopo un “esame di sicurezza” per assicurarsi che la persona in questione intende abbandonare la questione palestinese, e non solo la patria palestinese.

Guerre fallite

Queste guerre per la maggior parte non sono nuove; sono vecchie quanto la questione palestinese. Tuttavia, gran parte di esse non sono riuscite a realizzare il loro obiettivo, ovvero quello di disperdere il popolo palestinese e di dissolvere i suoi diritti. Da anni gli Stati Uniti si sono impegnati a reinsediare i palestinesi, aiutati in ciò dalle Nazioni Unite, nella convinzione che i palestinesi avrebbero dimenticato la loro patria dopo trent’anni dalla loro emigrazione. I regimi arabi, dal canto loro, non hanno mai tollerato i palestinesi,e hanno fatto di tutto per mettere loro la museruola. In alcuni casi vi sono riusciti, in altri no.

I popoli arabi non sono più del tutto inconsapevoli come in passato. Essi hanno acquisito sufficiente consapevolezza per dare il loro sostegno ai palestinesi o per giustificare le loro azioni di resistenza contro Israele. Le forze islamiche e nazionaliste hanno ora una presenza che aiuta i palestinesi a superare alcune delle loro crisi. Ad esempio, in Libano sono emerse delle forze cristiane e musulmane che credono nell’identità araba del Libano e della questione palestinese. Le forze islamiche e nazionaliste in Giordania stanno acquisendo forza e sono in grado di sfidare alcune politiche governative.

Sembra che il problema maggiore che devono fronteggiare i palestinesi in tutte queste guerre si trovi in Cisgiordania, in cui si assiste ad un considerevole successo del processo di addomesticamento dei palestinesi. La Cisgiordania attraversa una miserevole situazione dal punto di vista nazionale, al punto che persone che erano state accusate di collaborare con Israele occupano attualmente posti di primo piano, coordinandosi con Israele in vari settori. Non credo che questa situazione si protrarrà in eterno, ma certamente la sua fine non è vicina.

La guerra di reazione

I palestinesi, in tutti i luoghi in cui risiedono, possiedono oggi una profonda consapevolezza della loro questione e della situazione in cui si trovano. Essi sono al corrente dell’andamento della situazione internazionale, delle posizioni dei paesi arabi, e dei piani sionisti. Essi si stanno armando di una crescente consapevolezza, di una volontà sempre più salda e pronta a lanciare campagne mediatiche, culturali e sociali in risposta agli attacchi che subiscono, al fine di mantenere il popolo unito all’interno dell’ambiente arabo ed islamico.

E’ vero che vi sono palestinesi che ancora ripongono le loro speranze in alcuni leader e in alcune politiche rivelatesi fallimentari, tuttavia l’unità del popolo palestinese a livello regionale e mondiale è attualmente buona ed in via di rafforzamento, e può contare su mezzi di informazione arabi come al-Jazeera, al-Manar, ed al-Rai. Se la spaccatura appare evidente fra la Cisgiordania e Gaza è perché il popolo palestinese non può unirsi sulla base del riconoscimento di Israele e del coordinamento di sicurezza con Tel Aviv. Ma alla fine le cose non potranno che aggiustarsi, e la Cisgiordania tornerà ad essere una parte attiva nella resistenza e nel cammino verso la liberazione.

Abdul Sattar Kassem è un politologo palestinese; insegna Scienze Politiche all’Università an-Najah di Nablus

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martedì, luglio 20, 2010

Gli Israeliani, maestri nella violazione dei diritti.

In questi mesi è in corso il tentativo, da parte israeliana, di deportare forzatamente quattro Palestinesi residenti a Gerusalemme est dalla loro città, poiché membri di Hamas. Le quattro persone in procinto di essere espulse sono il 60enne Muhammad Abu Tir, il 41enne Muhammad Tutah, il 42enne Ahmad ‘Atun e il 49enne Khaled Abu ‘Arfah. I primi tre sono stati eletti nel Consiglio legislativo palestinese nel gennaio del 2006, dopo essersi candidati nella lista di Cambiamento e Riforma, affiliata ad Hamas. Abu ‘Arfah ha svolto le funzioni di Ministro per gli Affari di Gerusalemme nel governo Hamas presieduto da Isma’il Haniyeh.

In quanto Palestinesi residenti a Gerusalemme est, i quattro godevano dello status di residenti permanenti in Israele. Questo status venne revocato nel giugno 2006 dal Ministro degli Interni dell’epoca, Roni Bar-On, dopo che i quattro non avevano rispettato un ultimatum a dimettersi dai loro incarichi politici all’interno dell’Autorità Palestinese. Il ministro dichiarò che il loro status era stato revocato in quanto i quattro avevano violato il loro dovere di fedeltà allo Stato d’Israele.

La revoca non ebbe conseguenze pratiche immediate in quanto tre dei quattro erano detenuti nelle carceri israeliane. Essi erano stati arrestati poco dopo il rapimento del soldato israeliano Gilad Shalit nel giugno 2006, in una ondata di arresti di membri del Parlamento palestinese affiliati ad Hamas.

Poche ore dopo che Abu Tir era stato rilasciato dal carcere, il 20 maggio 2010, egli venne convocato in una stazione di polizia e gli fu ordinato di lasciare Gerusalemme est e il territorio israeliano entro un mese. Anche Tutah venne convocato in una stazione di polizia a poche ore dal suo rilascio, il 2 giugno 2010, e gli venne ordinato di lasciare Gerusalemme e Israele entro un mese. Il giorno successivo, ‘Atun e Abu ‘Arfah, che erano stati scarcerati rispettivamente nel settembre 2008 e nel novembre 2009, vennero anch’essi convocati e ricevettero l’ordine di partire entro un mese. Il 25 giugno 2010, la polizia di Gerusalemme ha arrestato Abu Tir e ha depositato una denuncia contro di lui per soggiorno illegale in Israele. Lo stato chiede che Abu Tir rimanga in carcere fino alla fine del procedimento giudiziario, e ha dichiarato che, in caso di condanna, richiederebbe una pena detentiva. Il 1° luglio 2010, a seguito dell’arresto di Abu Tir e poco prima della scadenza del nuovo ultimatum, Tutah, ‘Atun e Abu ‘Arfah si sono rifugiati presso la sede della Croce Rossa a Gerusalemme est.

A seguito della revoca dello status di residenti nel 2006, è stato presentato un ricorso contro tale decisione all’Alta Corte di Giustizia israeliana. Il ricorso è ancora pendente. Il 20 giugno 2010, il Presidente della Corte Suprema, Giudice Dorit Beinsich, ha rigettato una richiesta di ordinanza provvisoria di dar corso al procedimento di espulsione fino a che non sarà raggiunta una decisione sul ricorso. L’audizione del ricorso è prevista a settembre 2010.

La revoca dello status di una persona quale residente permanente in un paese e il suo trasferimento forzato dal luogo di residenza naturalmente violano numerosi diritti umani. La persona viene separata dalla sua casa, dalla sua famiglia, dalla comunità, e dalle sue fonti di sostentamento. Questo è vero per le persone che acquisiscono la residenza permanente a seguito di immigrazione e vengono deportati nei loro paesi d’origine. Lo è doppiamente quando le persone vengono sradicate dalla loro terra e restano apolidi. Un certo numero di strumenti giuridici – nel diritto internazionale e nella legislazione interna, inclusa quella dello Stato di Israele – tutelano questi diritti. Speciali strumenti esistono per ridurre, per quanto possibile, il fenomeno degli apolidi, in parte limitando la capacità degli stati di revocare lo status delle persone che rimarrebbero senza uno stato.

In aggiunta, per quanto riguarda i residenti di Gerusalemme est, trovano anche applicazione le norme del diritto internazionale umanitario. A seguito dell’occupazione israeliana della West Bank nel 1967, Gerusalemme est è stata annessa all’area giurisdizionale di competenza della municipalità di Gerusalemme, in violazione del principio di diritto internazionale che vieta l’annessione unilaterale. Successivamente, Israele ha imposto a Gerusalemme est la legge e l’amministrazione israeliana, ma ciò non diminuisce i diritti dei Palestinesi residenti secondo le norme che regolano l’occupazione. Queste norme vietano il trasferimento forzato dei residenti del territorio occupato, compreso quello all’interno dello stesso territorio, salvo che in casi circoscritti ed eccezionali. Per ragioni di sicurezza, alla potenza occupante è consentito, al più, di delimitare il luogo in cui è permessa la residenza della persona per un determinato periodo di tempo, all’interno del territorio occupato. In nessun caso è consentita la deportazione.

La decisione di revocare la residenza permanente dei quattro Palestinesi suscita particolare preoccupazione. Sin da quando ha annesso Gerusalemme est, Israele ha trattato i Palestinesi residenti nella città come se essi fossero in possesso di un permesso di soggiorno permanente secondo la Legge sull’Ingresso in Israele. Per anni, lo stato ha revocato (illegalmente) questo status per quelle persone che sosteneva avessero spostato il centro della loro vita e dei loro affari in un altro paese. Questa è la prima volta che la residenza viene revocata per il motivo esplicito della mancanza di fedeltà allo stato.

Nel passato, le Defense (Emergency) Regulations del1945, dei tempi del Mandato, permettevano la deportazione di residenti e di cittadini dello stato per motivi di sicurezza. Questa disposizione draconiana venne abrogata durante il primo governo di Menachem Begin. Il caso di specie rappresenta un pericoloso precedente, in quanto il ministro degli interni ha utilizzato la sua competenza generale a revocare la residenza secondo la Legge israeliana sull’Ingresso per consentire la sanzione della deportazione di sicurezza che Israele aveva abrogato più di trent’anni fa.

Le motivazioni fornite per la revoca – la mancanza di fedeltà allo Stato di Israele a causa della partecipazione alle istituzioni politiche dell’Autorità Palestinese – accrescono la gravità dell’azione. I residenti di Gerusalemme est, in quanto residenti di un territorio occupato, non hanno un dovere di fedeltà nei confronti della potenza occupante. Diverse norme di diritto internazionale (tra queste l’articolo 45 delle Regole dell’Aja e l’articolo 68 della Quarta Convenzione di Ginevra ) si prefiggono di impedire che una popolazione sotto occupazione venga trattata come se avesse un dovere di fedeltà nei confronti della potenza occupante, e di garantire che un tale obbligo non venga ad essa imposto. Nel caso in esame, Israele interpreta la partecipazione alle elezioni per le istituzioni nazionali palestinesi come una mancanza di fedeltà, anche se queste elezioni hanno avuto luogo a Gerusalemme est, in conformità agli accordi di Oslo, secondo la legge israeliana che attua questi accordi, e sotto la supervisione internazionale. Infliggere la dura sanzione del trasferimento forzato per aver partecipato alla vita politica della società a cui una persona appartiene viola gravemente i diritti civili della persona medesima e quelli della sua comunità, in aggiunta alla violazione di altri diritti derivante dall’allontanare una persona dal suo luogo di residenza.

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domenica, luglio 18, 2010

Nel cuore della notte.

Intorno alle 2:45 del mattino del 10 giugno scorso, soldati israeliani consegnano una citazione alla famiglia di un bambino di 7 anni residente nel villaggio di Beit Ummar, vicino a Hebron, nei Territori palestinesi occupati.

Ci svegliammo perché bussavano violentemente alla porta di casa nostra, gridando in ebraico “aprite la porta, è l’esercito israeliano” ricorda ‘Alia, la madre di M., sette anni. Mio marito andò ad aprire la porta e tre soldati israeliani irruppero in casa. Uno dei soldati, in un misto di arabo ed ebraico, chiese a mio marito di nostro figlio M., il più piccolo.

Il marito di ‘Alia informò i soldati che M. aveva sette anni, e mostrò loro il suo certificato di nascita. L’ufficiale lesse la data di nascita, 17 settembre 2002, e rise, ma gli consegnò lo stesso la citazione che “invitava” mio figlio la mattina seguente al Centro di detenzione e di interrogatorio di Etzion perché era “convocato per un interrogatorio” ricorda ‘Alia.

Il documento consegnato al marito di ‘Alia è un documento standard prestampato in ebraico e in arabo con specifici dettagli riempiti a mano in lingua ebraica. Il documento non firmato sembra essere stato emesso dall’Ufficio di coordinamento distrettuale israeliano per conto dell’esercito israeliano a Etzion. Il documento è un “invito” a M. a presentarsi al Centro Etzion per incontrare il Capitano Tamir alle due del pomeriggio di quella stessa giornata. Il Centro Etzion è un posto ben noto ai residenti del luogo come sede di interrogatori e di detenzione, situato all’interno della colonia di Gush Etzion, a metà strada tra Hebron e Betlemme, nei Tpo.

M. aveva continuato a dormire nonostante il raid notturno dell’esercito israeliano, ma la mattina successiva sua madre gli raccontò cosa era accaduto. I miei fratelli e mia madre erano sconvolti di sapere che i soldati volevano che andassi al Centro Etzion perché sono molto piccolo, ricorda M. Vado ancora in seconda elementare e dopo la pausa estiva andrò in terza. Non voglio che mio padre mi porti al Centro perché so, e sento la gente che lo dice, che è una prigione, e se vado là mi porteranno via dalla mia famiglia.

Il padre di M. quel giorno doveva visitare un parente in ospedale e non accompagnò suo figlio al centro di interrogatorio come richiesto. Ancora non so se mio padre mi porterà lì o no, si preoccupa M., la mia famiglia non sa se i soldati torneranno a casa nostra e mi chiederanno il perché non sono andato. I soldati israeliani vengono spesso nella nostra città. Sei mesi fa sono venuti e hanno arrestato mio zio, e lui è ancora in prigione. Hanno arrestato anche mio cugino, e anche lui è ancora in prigione. La prigione ha stanze circondate da sbarre e le porte sono sempre chiuse così i prigionieri non possono andarsene e restano intrappolati all’interno.

L’esercito israeliano abitualmente esegue gli arresti e notifica documenti scritti in lingua ebraica alle famiglie dei giovani palestinesi durante la notte. Nel 2009, minori sono stati arrestati tra la mezzanotte e le 4 del mattino nel 65% dei casi di cui si è occupato Defence for Children International – Palestine. I raid notturni condotti dall’esercito israeliano nei villaggi palestinesi dei territori occupati creano paura e incertezza nella popolazione locale, e in specie tra i ragazzini.

Alla fine è venuto fuori che la citazione non era destinata per il piccolo M. di sette anni, e che il nome sul documento, scritto in ebraico, era quello di un’altra persona. Sembra che l’esercito israeliano abbia consegnato la citazione nella casa sbagliata e nel villaggio sbagliato.

L'ufficio del portavoce dello Shin Bet ha detto ad Ha’aretz che il servizio di sicurezza non convoca bambini per interrogarli, che si era trattato di un errore innocente e che si scusavano per “il disagio arrecato al bambino”.

Sarà, ma a tutt’oggi la famiglia di M. non ha ricevuto alcuna spiegazione, né tanto meno scuse da parte delle autorità israeliane.

E, soprattutto, sarà anche vero che i bambini non vengono convocati per interrogatori, ma è un fatto altrettanto vero che, alla fine di maggio, i minori palestinesi di età compresa tra i 12 e i 15 anni detenuti nelle carceri israeliane erano ben 25. Ma forse sembravano più grandi…

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sabato, luglio 17, 2010

In Cisgiordania c'è il denaro, ma non il futuro.


Mentre nella Striscia di Gaza si continua a soffrire per l’assedio israeliano, seppur mitigato in misura minima, nella West Bank le cose sembrano andare diversamente, sia dal punto di vista economico sia da quello sociale.

Ma in realtà, a parte qualche albergo e qualche nuovo locale, nulla è cambiato, e gli oltre 300.000 coloni israeliani continuano ad occupare, come abbiamo visto, il 42% della Cisgiordania, in attesa di iniziare un nuovo round di espansione delle colonie non appena scadrà il termine della moratoria propagandistica stabilita da Israele (non valida a Gerusalemme est).

Il vero è che la pace “economica” – la crescita e lo sviluppo che dovrebbero servire a raggiungere la pace e ad assicurare la nascita di uno stato palestinese indipendente – non è altro che un’illusione, se non un trucco menzognero per assicurare il perpetuarsi dell’occupazione israeliana.

Senza contare che investimenti e sviluppo restano concentrati soprattutto a Ramallah e in poche altre città, mentre in svariate zone che ricadono sotto il totale controllo israeliano (la cd. Area C) la situazione delle popolazioni indigene è realmente drammatica.

Soprattutto, molti cominciano a chiedersi se l’Anp e le sue forze di sicurezza non stiano in realtà lavorando per Israele, proteggendo lo stato ebraico dalla resistenza armata palestinese piuttosto che il viceversa, come proverebbe, da ultimo, la recente visita del capo dello Shin Bet, Yuval Diskin, a Jenin e a Ramallah.

E’ questo l’argomento dell’articolo di Carol Malouf scritto l’1 luglio per Aljazeera.net e qui proposto nella traduzione di Medarabnews.


Un cartello con la scritta ‘prossima apertura’ è appeso in cima a un edificio da poco terminato nel centro di Ramallah. Appartiene ad una catena di alberghi internazionali, di proprietà della Kingdom Holding del principe saudita Walid bin Talal.

I caffè di Ramallah sono pieni di persone che fumano il narghilè e urlando davanti alle televisioni. Come milioni di tifosi in tutto il mondo stanno guardando i Mondiali di calcio e incitano le loro squadre preferite.

Nuovi locali alla moda si riempiono di giovani ragazze palestinesi che spettegolano bevendo tazze di caffèlatte. Hanno tutte acconciature, scarpe e abiti all’ultima moda.

Non si può evitare di ascoltarle parlare nel moderno linguaggio ibrido del Medio Oriente: inglese e arabo mischiati in un’unica frase che non ha il benché minimo senso alle orecchie di uno straniero, ma è perfettamente comprensibile a chi è stato in locali dello stesso tipo ad Amman, Beirut e il Cairo.

La Cisgiordania sembra essere economicamente e socialmente prospera. Almeno all’apparenza.

Progetti di sviluppo

Guidando attraverso la Cisgiordania, sono due le cose chiare ed evidenti: villaggi palestinesi con case appena costruite grazie al denaro inviato dai palestinesi espatriati, ed enormi blocchi di insediamenti israeliani illegali edificati in cima alle colline, affacciati su splendidi uliveti e antiche vigne.

Oltre a queste gigantesche colonie, ci sono aree con roulotte parcheggiate disseminate ovunque, con una massiccia protezione militare israeliana. Questi agglomerati di roulotte sono noti anche come “avamposti” – in altre parole, ben presto saranno trasformati in grandi insediamenti israeliani illegali sulle colline.

L’ulteriore appropriazione israeliana di territori della Cisgiordania lascia interdetti: come potrà mai esserci uno stato palestinese indipendente nella sua forma attuale? Al momento il territorio è dissezionato in piccole porzioni per via delle strade accessibili solo ai coloni israeliani e dei posti di blocco di cui è disseminato.

Oltre al denaro degli espatriati e ai blocchi di insediamenti, una nuova ondata di sviluppo è stata oggetto di discussione tra i palestinesi. Ma questo sviluppo è concentrato prevalentemente a Ramallah.

Muoversi in Cisgiordania può essere diventato più semplice – noi non abbiamo incontrato nessun posto di blocco israeliano sulla via per Jericho e Nablus, ma non abbiamo visto nemmeno segnali di sviluppo una volta usciti da Ramallah.

Sviluppo, investimenti e crescita sono diventati sinonimi della dottrina conosciuta come “Fayyadismo”, in riferimento a Salam Fayyad, il primo ministro palestinese. Per dirla in parole povere, Fayyad crede che la crescita economia sia la base per la nascita di uno stato palestinese indipendente.

La sua visione ha ottenuto consensi nei forum internazionali, in particolare negli Stati Uniti, nell’Unione Europea, e da parte dell’inviato del Quartetto per il Medio Oriente, Tony Blair. Ma cosa succederà quando Fayyad non sarà più il primo ministro?

Dopotutto, le economie costruite sulle singole persone non sopravvivono a lungo.

Gli Stati Uniti e l’Unione Europea stanno aiutando la Cisgiordania a crescere, così che essa sia un esempio di prosperità e sviluppo per gli abitanti di Gaza, nella speranza che questi ultimi un giorno vorranno raggiungere le stesse condizioni e alla fine rovesceranno Hamas.

Ma un giornalista straniero che è appena tornato da Gaza mi ha detto: “Oggigiorno c’è più stabilità e sicurezza a Gaza sotto il governo di Hamas che non in Cisgiordania sotto quello dell’Autorità Nazionale Palestinese”.

Identità smarrite

C’è chi discute sul fatto che non ci può essere sviluppo economico senza sicurezza e stabilità.

Fin dal 1994, l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) si è assunta il compito di garantire la sicurezza in Cisgiordania.

All’interno della Cisgiordania, i critici dell’ANP ritengono che i suoi apparati di sicurezza agiscano per conto di Israele, proteggendo lo stato ebraico dalla lotta armata palestinese e non viceversa.

Organizzazioni palestinesi e internazionali per i diritti umani hanno accusato gli apparati di sicurezza dell’ANP di corruzione, tortura e violazioni dei diritti umani, sia a Gaza che in Cisgiordania.

Ahmad è un giovane insegnante di storia nonché ex membro di Hamas che vive in Cisgiordania. Ammette di aver imbracciato le armi e di aver combattuto insieme ai militanti di Fatah durante la seconda intifada. Egli ha poi trascorso due anni nelle carceri israeliane.

Ahmad dice che dopo, però, sono state le forze di sicurezza dell’ANP ad averlo arrestato, interrogato e torturato. E’ stato accusato di nascondere armi – qualcosa che egli nega categoricamente.

Ahmad, che sembra aver più paura delle forze di sicurezza dell’ANP che dell’esercito israeliano, dice di essere costantemente sorvegliato e sta pensando di fuggire dalla Cisgiordania, anche se ciò significherebbe abbandonare la sua famiglia.

I sentimenti di disperazione e di perdita di Ahmad sono condivisi da alcuni importanti membri del Consiglio Legislativo Palestinese (CLP). Azzam Al-Ahmad, il capogruppo di Fatah nel CLP, dice: “Noi non siamo più un’organizzazione di liberazione, e non abbiamo raggiunto l’indipendenza per governare uno stato. Siamo semplicemente caduti nella trappola israeliana. E lo stesso ha fatto Hamas”.

“Sinceramente, non sappiamo più cosa siamo”.

Cosa compone uno stato?

Un albergo e una manciata di locali non sono gli elementi chiave della costruzione di una nazione. Se a prima vista le cose sembrano in fase di miglioramento, in realtà tutto tradisce l’amara realtà che la Cisgiordania è ancora un piccolo pezzo di terra in quel che resta della Palestina storica, sottoposto all’occupazione di Israele e alla mercé delle forze di sicurezza palestinesi. La popolazione si trova tra l’incudine e il martello.

Durante una cena a casa di un amico a Ramallah, ho chiesto ad Abdel Nasser, un ragazzo di 14 anni che trascorre gran parte del suo tempo a prendersi cura dei suoi 12 pappagalli, che cosa volesse fare da grande.

Non sapeva rispondere. Invece mi ha detto quanto è soddisfatto, perché ha tutto ciò che vuole.

Ciò di cui Abdel Nasser non si rende conto, è che gli manca una chiara visione del suo futuro e non ha un paese che possa dire suo. Proprio come la Cisgiordania.

Carol Malouf

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giovedì, luglio 15, 2010

Il Circo palestinese abbatte il Muro.


Scuola di Circo Palestinese in “Circus behind the Wall” (“Il Circo dietro il Muro”)

18 luglio ore 21.30
Teatro Le Serre, Parco Culturale Le Serre – Via Tiziano Lanza, 31 Grugliasco (TO)


Durata: 55 min.
Con: Lour Sadeq, Marah Ashmar, Nayef Othman, Mays Yousef, Miropy Makhlouf, Sawsan Basalat, Hamada Touqan, Fadi Zmorrod, Sireen Touqan, Sharaf Switat (Cisgiordania).

Ingresso: 7 euro. Ridotto 5 euro.
L’incasso della serata sarà interamente devoluto al progetto della Scuola di Circo Palestinese di Ramallah.

PRIMA NAZIONALE
Domenica 18 luglio il Festival del Circo contemporaneo "Sul Filo del Circo" ospita la prima Scuola di Circo Palestinese di Ramallah, con lo spettacolo "Il Circo dietro il Muro".

La Scuola di Circo Palestinese nasce nell’estate 2006 con lo scopo di diffondere le arti del circo in Palestina e di restituire ai giovani della Cisgiordania (territorio occupato palestinese) uno spazio in cui potersi esprimere liberamente, interagire con l'altro, sviluppare le proprie abilità in un ambiente sereno di mutuo rispetto e di continua dialettica interpersonale. Perchè i giovani possano così riacquistare la fiducia nelle proprie capacità e l'autostima, messe a dura prova ogni giorno dall'umiliazione legata all'occupazione israeliana.

I progetti principali della Scuola al momento sono tre: il primo riguarda la produzione dello show “Circo dietro il Muro” ad opera degli allievi e dei giovani trainer della scuola; il secondo riguarda la creazione dei “Circus Clubs”, laboratori di arti circensi, sia a Ramallah, dove ha sede la scuola, sia in aree svantaggiate della Cisgiordania, quali Hebron e Jenin, e alcuni campi profughi. Il terzo progetto riguarda la cooperazione culturale internazionale e gli scambi con altre scuole di circo, soprattutto europee, o singoli artisti europei.

LO SPETTACOLO

“Circo dietro il Muro” è la prima produzione artistica dei giovani allievi e performers della prima Scuola di Circo Palestinese di Ramallah (Cisgiordania) uno spettacolo a metà tra intrattenimento artistico e denuncia sociale.

L’idea dello spettacolo nasce dalla vita quotidiana dei Palestinesi la cui vita è pesantemente condizionata dal Muro di Separazione costruito da Israele che non separa gli Israeliani dai Palestinesi, ma i Palestinesi stessi dai loro cari, dalla loro terra, dalle loro risorse agricole e naturali.

Da qui l’esigenza di infrangere, virtualmente e artisticamente, la barriera utilizzando gli strumenti che le arti circensi mettono a disposizione. Esercizi acrobatici al trapezio e al tessuto aereo, numeri di giocoleria e clowneria, in uno spettacolo ritmato e denso di colore, che parla di evasione e di leggerezza, ma anche di impegno e di ostinazione, in opposizione a tutto ciò che per un Palestinese è “Mamhnu’a”, proibito. Perché lo spettacolo “Circo dietro il Muro” riflette il convincimento che, un giorno, quel Muro cadrà.

Messo in scena per la prima volta nell’agosto del 2006 in Cisgiordania, lo spettacolo è stato accolto con entusiasmo anche dal pubblico europeo. Un traguardo importante è stato infatti raggiunto quando, nell’aprile 2007, la Scuola di Circo palestinese ha per la prima volta “varcato” il Muro, mettendo in scena lo show in Francia. Ed è ancora l’Europa il palcoscenico da cui i giovani allievi e artisti della scuola hanno infranto virtualmente e artisticamente il Muro di Separazione, con diverse performance tenutesi tra il 2008 e 2009 in Francia, Belgio e Germania.

Per tutti gli spettacoli: biglietteria e prenotazioni 011.4013263 (lun-ven 14.30-18.30, sabato 8.30-12.30). Tutte le sere la biglietteria è aperta all'ingresso del Parco Culturale Le Serre dalle 20.00 e si possono acquistare i biglietti per tutti gli spettacoli. Lo spettacolo si svolge sotto una struttura coperta, pertanto avrà luogo anche in caso di pioggia o maltempo.

Il Festival internazionale "Sul Filo del Circo" prosegue i propri spettacoli fino al 28 luglio, maggiori informazioni possono trovarsi sul sito http://www.sulfilodelcirco.com/.
Ufficio Stampa Festival Internazionale Sul Filo del Circo
Parco Culturale Le Serre - Via Tiziano Lanza, 31 - 10095 Grugliasco (TO)
Mobil. 333.4431735 Tel. 011.0714488

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Nessuno lo dice, ma a Gaza gli assassini israeliani continuano ad uccidere impunemente.

In questi giorni molto si è parlato del fatto che Israele ha allentato il cappio che da oltre tre anni strangolava la Striscia di Gaza, consentendo un maggior afflusso di beni sia in termini quantitativi sia in termini di tipologia di prodotti di cui ora è ammessa l’importazione. Questa abile mossa propagandistica ha consentito ad Obama di accogliere il premier israeliano Netanyahu con grandi sorrisi e strette di mano, e ai vari servi europei di congratularsi caldamente con Israele per questo bel gesto umanitario.

In realtà, come abbiamo visto, ben poco è cambiato. Basta leggere i bollettini periodici dell’Office for the Coordination of Humanitarian Affairs (UN-OCHA) per accorgersi che l’importazione di molti beni come ad esempio fertilizzanti, fibre di vetro, perforatrici, disinfettanti per l’acqua ed altro ancora è tutt’ora vietata, mentre quella di altri prodotti, in specie il cemento e altri materiali per costruzioni, è ammessa solo in relazione a specifici progetti a supervisione Onu o di ong internazionali, non certo per ricostruire le migliaia di case distrutte durante il massacro di “Piombo Fuso”.

L’allentamento del blocco, inoltre, non riguarda in alcun modo né le esportazioni dalla Striscia né, soprattutto, il libero accesso da e per Gaza delle persone, neanche per motivi di studio o per cure mediche.

E, ancora, se le importazioni nella settimana compresa tra il 27 giugno e il 3 luglio sono in effetti significativamente aumentate rispetto a quelle registrate nelle settimane precedenti, esse in realtà rappresentano soltanto il 28% delle importazioni settimanali a Gaza registrate durante i primi cinque mesi del 2007, prima cioè dell’imposizione del blocco. Si tratta peraltro di beni esclusivamente destinati al consumo e che non hanno alcun impatto in termini di ripresa dell’attività produttiva nella Striscia di Gaza.

Di questo, nessuno parla, ma quello che soprattutto viene accuratamente taciuto, nelle cancellerie occidentali così come sui media è il fatto che, a Gaza, tsahal continua a condurre le sue incursioni di routine e gli assassini israeliani in divisa continuano a uccidere a proprio piacimento e nella più totale impunità.

Così succede che una bella sera di luglio – esattamente alle 20:45 di martedì 13 – un gruppo di donne stia tranquillamente seduto davanti alla propria casa nel villaggio di Al Boureij, nella parte centrale della Striscia, a circa 400 metri dal confine con Israele. All’improvviso, e assolutamente senza alcun motivo, i soldati israeliani posizionati sul confine sparano due colpi d’artiglieria in direzione del gruppo di donne, ferendo la 30enne Amira Jaber Abu Sa’id e sua cognata, la 26enne Sana’a Ahmed Abu Sa’id.

L’ambulanza della Mezzaluna Rossa (PRCS), accorsa sul posto dopo 15 minuti, non riesce tuttavia a soccorrere le due donne, a causa del fatto che le truppe israeliane non accennano a cessare il fuoco, ed è costretta a tornare indietro verso Deir al-Balah. A quel punto, la 33enne Ne’ma Yousef Abu Sa’id si rende conto che la propria figlia di soli 3 anni si trova ancora fuori di casa e corre a cercarla.

Si tratta dell’ultima decisione della sua vita, perché le schegge di una terza cannonata sparata dagli assassini la colpiscono alla testa e all’addome, uccidendola sul colpo, mentre anche il suocero 65enne resta a terra ferito. Dopo un’ora e mezza, finalmente, un’ambulanza della PRCS riuscirà a giungere sul posto dopo essersi coordinata con l’esercito israeliano, per trasferire i feriti e il corpo della povera donna all’ospedale Martiri di al-Aqsa di Deir al-Balah.

Dall’inizio dell’anno, i soldati israeliani hanno ucciso nella Striscia di Gaza ben 35 Palestinesi (di cui 12 civili inermi) e ne hanno feriti 133 (116 civili). Si tratta di gravi violazioni del diritto umanitario, crimini di guerra i cui responsabili la comunità internazionale avrebbe il dovere di perseguire.

Ma queste morti è come non fossero mai avvenute, questi crimini mai commessi, nessuno ne parla e Israele continua ad essere esaltato come un magnifico stato civile e progredito, l’unica democrazia in medio oriente. Una democrazia votata all’assassinio, al crimine, alla barbara ferocia.

Per ricordare la povera Ne’ma, corsa incontro alla morte per salvare la sua piccina di tre anni, basteranno poche righe del televideo rai.

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domenica, luglio 11, 2010

Di riffa e di raffa: come i coloni israeliani sono arrivati a controllare il 42% della Cisgiordania.

A sole 48 ore di distanza dall’incontro con il Presidente Usa Barack Obama – durante il quale aveva dichiarato di essere pronto “a fare molto per la pace” – il premier israeliano Netanyahu, di fronte all’assemblea amica dell’Aipac, ha subito chiarito quale sarà la prima cosa da fare, e cioè riprendere a costruire nelle colonie in Cisgiordania non appena sarà scaduta l’attuale moratoria (il 27 settembre, per l’esattezza). Moratoria che, peraltro, non ricomprendeva Gerusalemme est, dove si è continuato a costruire allegramente in quartieri come Ras Al Amud, Sheikh Jarrah, Silwan ed altri ancora.

Molti fingono di dimenticarlo, ma il primo – e forse nemmeno il maggiore – ostacolo verso la pace tra Israeliani e Palestinesi sono i quasi 500.000 coloni che attualmente (e illegalmente) vivono al di là della cd. green line, la linea di confine che secondo il diritto internazionale dovrebbe dividere Israele dai territori palestinesi Provvede opportunamente a ricordarlo un recente rapporto dell’ong israeliana B’tselem, secondo cui 301.200 settlers vivono in 121 colonie e circa un centinaio di avamposti, che controllano il 42% dell’intera superficie della Cisgiordania, mentre altri 184.700 coloni (il dato è del 2007) risiedono in 12 quartieri che le autorità israeliane hanno istituito su terreni annessi nel tempo alla municipalità di Gerusalemme (e che costituiscono parimenti degli insediamenti colonici).

L’iniziativa di colonizzazione della West Bank è stata caratterizzata, sin dall’inizio, da un approccio strumentale, cinico e persino criminale al diritto internazionale, alla legislazione locale, agli ordini militari e alla legge israeliana, che ha consentito la continua sottrazione di terre ai Palestinesi in Cisgiordania.

Il principale strumento che Israele ha utilizzato a questo scopo è stata la dichiarazione di “terra statale” un meccanismo che ha portato all’occupazione di oltre 900.000 dunam di terra (90.000 ettari, ovvero il 16% della Cisgiordania), con la maggior parte delle dichiarazioni che sono state effettuate nel periodo 1979-1992. L’interpretazione che l’Ufficio della Procura di Stato ha dato del concetto di “terra statale” contenuto nella Legge sulla terra del periodo ottomano contraddiceva esplicite disposizioni di legge e le sentenze della Suprema Corte del Mandato. Senza questa interpretazione distorta, Israele non avrebbe potuto destinare agli insediamenti colonici tali ampie zone di terreno.

Gli insediamenti, inoltre, hanno preso il controllo di terreni privati palestinesi. Attraverso un controllo incrociato dei dati dell’Amministrazione Civile, dell’area sotto la giurisdizione delle colonie, e delle fotografie aeree degli insediamenti scattate nel 2009, B’tselem ha scoperto che il 21% della superficie edificata degli insediamenti colonici è costituita da terreni che Israele riconosce come proprietà privata, proprietà dei Palestinesi.

Per incoraggiare gli Israeliani a trasferirsi negli insediamenti, Israele ha creato un meccanismo per fornire benefici ed incentivi alle colonie e ai coloni, a prescindere dalla loro condizione economica, che spesso era finanziariamente sicura. La maggior parte delle colonie nella West Bank ha lo status di Area di Priorità Nazionale A, che da diritto ad una serie di vantaggi: nell’edilizia abitativa, consentendo ai coloni di acquistare appartamenti di qualità a prezzi economici, con una concessione automatica di un mutuo agevolato; significativi vantaggi in materia di istruzione, quali l’istruzione gratuita dall’età di tre anni, giornate scolastiche prolungate, trasporto gratuito a scuola, e stipendi più elevati per gli insegnanti; per l’industria e l’agricoltura, attraverso sovvenzioni e sussidi, e l’indennizzo per le tasse imposte sui loro prodotti dall’Unione Europea; in materia fiscale, attraverso l’imposizione di tasse significativamente più basse rispetto alle comunità situate all’interno della green line, e offrendo maggiori stanziamenti di bilancio alle colonie, per aiutarle a coprire i deficit.

La costruzione delle colonie viola il diritto internazionale umanitario. Israele ha ignorato le più rilevanti regole del diritto, adottando una propria interpretazione che non viene accettata da pressoché tutti i più eminenti giuristi del mondo e dalla comunità internazionale. La colonizzazione ha causato una permanente e cumulativa violazione dei diritti umani dei Palestinesi, in particolare:

del diritto di proprietà, assumendo il controllo di ampie distese di terreno in Cisgiordania a favore delle colonie;

del diritto all’uguaglianza e al giusto processo, stabilendo sistemi giuridici differenti, in cui i diritti delle persone si fondano sulla loro nazione di origine, i coloni essendo soggetti alle leggi israeliane, basate sui diritti umani e su valori democratici, mentre i Palestinesi sono soggetti alle leggi militari, che sistematicamente li privano dei loro diritti;

del diritto ad un adeguato standard di vita, dal momento che gli insediamenti sono stati intenzionalmente costruiti in modo da impedire lo sviluppo urbano delle comunità palestinesi, e che il controllo israeliano delle fonti d’acqua impedisce lo sviluppo dell’agricoltura palestinese;

del diritto alla libertà di movimento, attraverso i posti di blocco e altri ostacoli alla mobilità dei Palestinesi nella West Bank, con lo scopo di proteggere gli insediamenti e le arterie di traffico dei coloni;

del diritto all’autodeterminazione, attraverso l’interruzione della contiguità territoriale palestinese e la creazione di decine di enclavi che impediscono la creazione di uno Stato palestinese indipendente ed autonomo.

Il manto di legalità che Israele ha cercato di dare al sistema della colonizzazione è volto a coprire il furto di terra che è in corso in Cisgiordania, eliminando in tal modo i valori fondamentali della legalità e della giustizia dal sistema israeliano di applicazione della legge nella West Bank. Il rapporto di B’tselem espone il sistema adottato da Israele come strumento per promuovere i propri obiettivi politici, consentendo la violazione sistematica dei diritti umani dei Palestinesi.

I rilevanti mutamenti geografici e territoriali che Israele ha determinato in Cisgiordania compromettono i negoziati che Israele ha condotto per 18 anni con i Palestinesi e violano i suoi obblighi internazionali. Il sistema delle colonie, essendo basato sulla discriminazione ai danni dei Palestinesi che vivono in Cisgiordania, indebolisce inoltre i pilastri dello Stato di Israele come paese democratico e sminuisce il suo status tra le nazioni del mondo.

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venerdì, luglio 09, 2010

Affrontare Israele a viso aperto in nome di Gaza.

La recente decisione del governo israeliano di allentare l’assedio alla Striscia di Gaza è valsa a far uscire Israele dalla difficile posizione in cui si era andata a cacciare dopo l’assalto alle navi della Freedom Flotilla e i nove pacifisti uccisi sulla Mavi Marmara.

Gli Usa, la Ue, il Quartetto (in persona del suo rappresentante Tony Blair) – che non aspettavano altro – hanno fatto a gara per congratularsi per questo importante passo “nella giusta direzione”, e Obama ha ricevuto il premier israeliano Netanyahu con grandi sorrisi e strette di mano.

I tre anni di punizione collettiva inflitti a un milione e mezzo di Palestinesi – un crimine di guerra che doveva essere internazionalmente sanzionato – i nove morti e i numerosi feriti della flottiglia umanitaria sembrano ormai caduti nel dimenticatoio.

Eppure, nella realtà, ben poco è cambiato, un modesto incremento di carichi che riescono a entrare nella Striscia e, udite udite, il fatto che ora i Palestinesi di Gaza possono finalmente ricevere il ketchup, la cioccolata, i giocattoli per bambini, pare ormai non più pericolosi per la sicurezza di Israele.

L’importazione di prodotti tessili, di margarina in formato industriale e di numerose altre materie prime che servirebbero a far ripartire l’industria e le manifatture è ancora vietata, nessun cenno è fatto riguardo alle esportazioni dalla Striscia, l’accesso delle persone da e per Gaza continua ad essere pressoché impossibile.

L’unica soluzione per restituire una parvenza di normalità alla vita nella Striscia di Gaza, come affermato dalla Croce Rossa Internazionale con un forte e inusuale appello e, in tempi più recenti, da Filippo Grandi dell’UNRWA, sarebbe quella dell’eliminazione totale del blocco, ma Israele da questo orecchio proprio non intende sentire.

Che fare allora?

L’alternativa è continuare a chiedere (vanamente, come l’esperienza di anni e anni ormai dimostra) l’intervento della comunità internazionale perché eserciti “pressioni” su Israele affinché si conformi al diritto internazionale e rispetti i diritti umani dei Palestinesi, ovvero organizzare nuove flottiglie di navi e sfidare a viso aperto Israele e il suo blocco criminale.

Come sostiene Rami G. Khouri nell’articolo che segue – pubblicato il 23 giugno sul libanese Daily Star e qui proposto nella traduzione di Medarabnews – “in tutte le lotte per la liberazione contro il colonialismo, l’oppressione o il razzismo, arriva un momento in cui la barriera della paura è infranta sotto lo sguardo di tutti … le navi che verranno lo chiariranno a tempo debito, perché esse non mettono in discussione l’esistenza o la sicurezza di Israele, ma soltanto la sua crudeltà nei confronti dei palestinesi”.

LA GRANDE SVOLTA DI GAZA
di Rami G. Khouri – 23.6.2010

La decisione israeliana di allentare l’assedio che da 3 anni soffoca Gaza sta ricevendo una tiepida accoglienza in molti ambienti, e incontrando profondo scetticismo in altri. Il presidente palestinese, Mahmoud Abbas, ha fatto appello al mondo tramite il Quartetto affinché faccia pressione su Israele perché rimuova il blocco completamente, e nel frattempo gruppi libanesi e iraniani pianificano di inviare ulteriori navi di aiuti umanitari a Gaza per sfidare e infrangere il blocco israeliano.

Questi due approcci riflettono posizioni divergenti sulla questione più generale di come si reagisce al potere israeliano, e di cosa si può fare per cambiare la situazione quando il potere è esercitato in maniera ingiusta, brutale o illegale. Si negozia con Israele e si chiede alle potenze occidentali di esercitare pressioni su Tel Aviv affinché rispetti le leggi internazionali e la smetta di comportarsi in maniera criminale? O si fronteggia e si sfida Israele, col rischio di essere arrestati, feriti o uccisi?

Negli ultimi anni, l’esperienza del movimento Free Gaza, che ha inviato una mezza dozzina di spedizioni navali per consegnare aiuti umanitari agli abitanti di Gaza, suggerisce a molti che il confronto a viso aperto è la maniera più efficace per sfidare Israele e obbligarlo a cambiare le sue politiche. L’allentamento del blocco di Gaza è il quarto esempio di un cambiamento di politica da parte di Israele dopo aver subito pressioni. Gli altri tre casi sono stati il ritiro dal sud del Libano e da Gaza a fronte della resistenza guidata da Hezbollah e Hamas, e la parziale sospensione della costruzione di alcuni insediamenti lo scorso anno, per un periodo di 10 mesi, in risposta alle pressioni del governo americano.

Così adesso la domanda è: come reagiranno i popoli e gli stati del mondo arabo e dei territori limitrofi, come l’Iran e la Turchia, all’ultima lezione in cui Israele è stato sfidato con un’azione vigorosa, oltre che con deboli appelli?

Israele sta già avviando due nuove azioni aggressive che presto metteranno alla prova la tempra dei suoi amici e dei suoi nemici. Lo stato ebraico distruggerà diverse dozzine di abitazioni arabe palestinesi nell’occupata Gerusalemme Est per allestire una struttura turistica israeliana, e avvierà la costruzione di altre 600 case per i coloni sionisti nella zona di Gerusalemme.
L’interrogativo interessante oggi non è se Israele sta attuando seri cambiamenti nelle sue politiche o meno: non lo sta facendo. I suoi sono solo cambiamenti di facciata, per tenere a bada le pressioni esterne. I nuovi sviluppi veramente importanti sono la crescente presa di coscienza da parte araba e internazionale che gli eccessi criminali e disumani del sionismo – il colonialismo, le discriminazioni, le punizioni collettive, il razzismo, l’assedio e le privazioni, la strage in acque internazionali, le incarcerazioni di massa e altro – possono essere meglio affrontati se si utilizzano le stesse strategie che alla fine hanno sconfitto i due esempi principali di razzismo e ingiustizia dei tempi moderni: il movimento dei diritti civili che ha stroncato il razzismo ufficiale negli Stati Uniti, e il movimento contro l’Apartheid che ha obbligato il governo della minoranza bianca in Sudafrica ad accettare un sistema pienamente democratico.

Ho la sensazione che le navi del movimento Free Gaza che cercano di rompere l’assedio passeranno alla storia moderna come elementi cruciali nella lotta per la giustizia in Palestina, che aspira a creare condizioni che permettano agli ebrei, ai cristiani e ai musulmani, e a tutti gli altri residenti o visitatori, di vivere in questa terra con eguali diritti. Israele è assolutamente deciso a continuare ad attaccare i convogli di aiuti e ad uccidere attivisti umanitari innocenti. Ma cosa succederà quando la prossima nave salperà con un gruppo di sacerdoti cristiani, che reciteranno versi che inneggiano all’amore di Dio per la giustizia e il perdono, ed al comandamento divino di assistere i bisognosi, tratti dal Libro di Isaia e dal Libro di Giovanni?

Cosa farà Israele quando un convoglio di navi farà rotta per Gaza trasportando solo maestri di scuola e sacchi di caramelle per i bambini di Gaza? E quando un convoglio di navi si avvicinerà alla costa trasportando solo infermiere e pannolini per i bambini di Gaza?

C’è stata una svolta importante a Gaza, poiché si è capovolto il rapporto tra colonizzatore e colonizzato. Quando il colonizzato non ha più paura che gli venga fatto del male, o di essere ucciso, il potere di intimidazione proprio del colonizzatore svanisce. I libanesi e gli iraniani lo capiscono perché a loro modo molti di loro hanno già vissuto episodi di liberazione che riflettono la loro volontà di farsi valere per vivere in libertà e dignità. I palestinesi hanno provato a farlo per decenni con scarso successo.

In tutte le lotte per la liberazione contro il colonialismo, l’oppressione o il razzismo, arriva un momento in cui la barriera della paura è infranta sotto lo sguardo di tutti. In definitiva, ciò impone una rinegoziazione della distribuzione del potere in modo tale che si ristabiliscano i diritti umani, la sicurezza collettiva e la dignità di tutti gli interessati. Ebrei, cristiani e musulmani potranno certamente ricordare il momento in cui è stato sfidato e quello in cui crollerà l’assedio israeliano di Gaza come momenti fondamentali nella lotta tra sionismo e arabismo in Palestina.

Le navi che verranno lo chiariranno a tempo debito, perché esse non mettono in discussione l’esistenza o la sicurezza di Israele, ma soltanto la sua crudeltà nei confronti dei palestinesi.

Rami G. Khouri è un analista politico di origine giordano-palestinese e di nazionalità americana; è direttore dell’Issam Fares Institute of Public Policy and International Affairs presso l’American University di Beirut, ed è direttore del quotidiano libanese “Daily Star”

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giovedì, luglio 08, 2010

Kevin Ovenden in Italia per presentare la nuova iniziativa di Viva Palestina UK.

Il 12 settembre 2010 due convogli - uno via terra e l'altro via mare - partiranno dalla Gran Bretagna diretti verso la Striscia di Gaza.

Viva Palestina, il comitato internazionale per rompere l'assedio di Gaza, e ogni altra organizzazione che vorrà unirsi alle condizioni che verranno definite, parteciperanno all'organizzazione dei due convogli.

Il convoglio via terra partirà da Londra e viaggerà attraverso la Francia, l'Italia, la Grecia, la Turchia, la Siria e l'Egitto per entrare a Gaza dal valico di Rafah. Al convoglio si potranno unire veicoli e attivisti in ogni paese attraversato; due le tappe previste in Italia, di massima una a Genova e una ad Ancona. L'obiettivo è di entrare a Gaza con 500 veicoli.

Il convoglio via mare viaggerà nel Mediterraneo, fermandosi in vari porti, per unirsi a navi di attivisti, a navi cargo e a volontari di ogni paese. L'obiettivo è di arrivare a Gaza con 60 navi.

L'obiettivo è di arrivare a Gaza con i due convogli contemporaneamente.

ISM-Italia propone di partecipare con una nave di attivisti dall’Italia e con almeno un veicolo da ogni provincia italiana o almeno da ogni regione.

Gli attivisti e le organizzazioni di solidarietà italiane possono:
contribuire a organizzare la nave dall’Italia
chiedere di salire sulle navi o sui veicoli provenienti dalla Gran Bretagna e da altri paesi
organizzare un veicolo per unirsi al convoglio via terra.

Nei prossimi giorni saranno definiti tutti i dettagli organizzativi. Intanto invitiamo gli/le attivisti/e interessati/e a compilare il modulo di pre-adesione all’indirizzo:
http://www.ism-italia.org/2010/06/viva-palestina-italia/

Sarà richiesto di confermare le pre-adesioni dopo la definizione dei dettagli organizzativi, conferma delle date di partenza, durata prevista dei convogli, costi, etc.

L’idea del Free Gaza Movement di arrivare da Cipro a Gaza via mare ha dato il via a una serie di iniziative con alcune navi, e alcuni convogli via terra, che hanno successivamente raggiunto Gaza, iniziative che hanno portato alla costituzione di vere e proprie brigate internazionali di attivisti, provenienti da numerosi paesi.

I progetti in corso o in preparazione tendono a rafforzare questa tendenza con l’aumento esponenziale degli attivisti coinvolti.

Questo può anche essere il momento in cui, seguendo Mahmoud Darwish, coltivare la speranza assume la dimensione di una utopia concreta.

Può essere il momento in cui i processi storici in Palestina, in Afghanistan e in Iraq, possono avere una accelerazione inattesa.

Kevin Ovenden, insieme a George Galloway uno dei leader di Viva Palestina UK, era a bordo della Mavi Marmara, la nave turca attaccata dalla marina israeliana in acque internazionali, con nove morti e numerosi feriti tra gli attivisti della ong turca IHH.

Ovenden sarà nei prossimi giorni in Italia per presentare i prossimi convogli di Viva Palestina diretti nella Striscia di Gaza, gli appuntamenti sono i seguenti:

Roma 9 luglio 2010 ore 18 30 assemblea pubblica sulla prossima flottiglia di Viva Palestina
presso la Casa delle Culture in via San Crisogono 45 Trastevere

ISM-Italia, luglio 2010

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martedì, luglio 06, 2010

In libreria: Contro il Muro - L'arte della resistenza.

William Parry
Contro il Muro
L'arte della resistenza

Non vedo l'ora di leggere il libro di Parry. Lo spirito di resistenza dei palestinesi è forte, ma c'è bisogno di supporto internazionale. Spero che questo libro possa renderlo possibile. Ken Loach

Uno splendido saggio fotografico. Attraverso le pagine di questo libro, ho potuto capire gli effetti dell'occupazione sul popolo palestinese. Joe Sacco

Alla fine anche questo libro aiuterà a tirare giù il Muro… Damon Albarn

Un libro di foto che cattura graffiti e dipinti che hanno trasformato il Muro eretto da Israele in una sorta di "tela vivente" di resistenza e solidarietà. Attraverso il lavoro di artisti e attivisti palestinesi e di artisti internazionali come Bansky, Ron English, Blu e molti altri, le foto di questo libro raccontano una storia di rabbia, compassione, intelligente ironia.

Meglio di qualsiasi saggio, Contro il Muro descrive il prezzo che il Muro sta facendo pagare alla popolazione palestinese, in termini di mancato accesso al lavoro, alle cure mediche, all'educazione, alle relazioni personali. Il commovente e sincero racconto collettivo di un popolo determinato a mantenere la propria dignità di fronte a una profonda ingiustizia. In uscita l'8 luglio in libreria.

Wiliam Parry giornalista e fotografo freelance e vive a Londra. Ha pubblicato con il Guardian e l'Independent. Ha lavorato e viaggiato a lungo in Medio Oriente.

ISBN EDIZIONI
192 pagine 23 euro
traduzione di Francesca Novajra
Ufficio Stampa
Isbn Edizioni
Via Sirtori, 4
20129 Milano
T. 02 36578933

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