giovedì, marzo 25, 2010

Lo scontro Usa-Israele.

Abbiamo già visto come i rapporti tra Usa e Israele, in questi ultime settimane, si siano fortemente deteriorati a causa del massiccio piano di giudaizzazione di Gerusalemme est, rappresentato dalle circa 50.000 unità abitative in vario stadio di realizzazione oltre la cd. “green line”.

Su questo argomento è interessante dare una lettura all’articolo che segue, scritto dal noto analista politico mediorientale Rami G. Khouri per il Jordan Times e qui proposto nella traduzione offerta dal sito Medarabnews.

Khouri, in particolare, ci fa riflettere sulla cruciale questione rappresentata dalla capacità degli Stati Uniti di elaborare una autonoma politica per il Medio Oriente che rifletta i veri interessi americani e non sia influenzata dai desiderata di Israele. E, in effetti, mai come adesso gli interessi degli Usa e quelli di Israele sono apparsi così divergenti.

Persino l’attuale capo del Central Command, il generale David Petraeus, ha più volte fatto presente alla Casa Bianca che le attuali politiche di Israele minano gravemente la rete di consensi che gli Usa avevano costruito con l’Arabia Saudita e gli Emirati del Golfo. Petraeus, tra l’altro, ha chiarito come la mancata risoluzione del conflitto israelo-palestinese e la sensazione assolutamente prevalente nel mondo arabo dell’atteggiamento sbilanciato degli Usa a favore di Israele rendano oltremodo più facile alle organizzazioni terroristiche reclutare nuovi seguaci, e all’Iran godere di maggior influenza nel mondo arabo.

Il generale americano si preoccupa, in primo luogo, dell’incolumità dei soldati al suo comando, ma naturalmente le sue argomentazioni valgono anche per noi tutti e, soprattutto, per i destini della pace nel mondo.

Come hanno dimostrato nel tempo i vari messaggi registrati dei vertici di al-Qaeda, la continua oppressione del popolo palestinese – che riempie di collera il mondo arabo nei confronti di Israele e dell’Occidente accusato di connivenza – costituisce un formidabile strumento di propaganda e di inesausto proselitismo.

Uri Avnery, giorni addietro, faceva notare che non ci può essere pace senza uno Stato palestinese indipendente, e non può esservi uno Stato palestinese che non abbia Gerusalemme est come capitale. E su questo c’è assoluta unanimità tra i Palestinesi, siano essi di Fatah o di Hamas, tra gli Arabi, dal Marocco all’Iraq, e all’interno dell’intero mondo islamico, dalla Nigeria all’Iran.

Siamo certi della sincerità di Barack Obama, allorquando ha dichiarato che si sarebbe impegnato strenuamente per la pace tra Israeliani e Palestinesi, e siamo consci del fatto che l’influenza delle potentissime lobby ebraiche sui deputati e sui senatori Usa gli impediscono di agire come probabilmente vorrebbe.

Ma è giunto il momento di dare un chiaro segnale a Israele e di porre fine alla continua espansione delle colonie a Gerusalemme est e in tutta la West Bank, anche mediante l’uso di drastici strumenti di pressione. Gli ebrei di Jewish Voice for Peace, in quest’ottica, ci invitano a inviare una email al Presidente Usa, chiedendo la sospensione di ogni aiuto finanziario ad Israele fino a che non ponga fine alla colonizzazione dei Territori occupati e non allenti il criminale assedio alla Striscia di Gaza.

Per dirla come Khouri, un conto è difendere la sovranità e la sicurezza del popolo israeliano, un conto è continuare a difendere un Paese di eterni colonizzatori, di espropriatori di terre, di violatori del diritto internazionale.

The US-Israeli feud.
di Rami G. Khouri
19.3.2010

Sono stato a Boston e a New York, tenendomi informato sulla crisi nelle relazioni israelo-americane, dopo che il governo israeliano (durante la visita ufficiale del vicepresidente americano Joseph Biden) ha fatto due annunci con cui approvava la costruzione di quasi 1.800 nuove unità abitative nelle aree occupate di Gerusalemme e della West Bank (si tratta delle 1.600 abitazioni nel quartiere di Ramat Shlomo, a Gerusalemme Est e delle 112 abitazioni approvate nell’insediamento di Beitar Illit, in Cisgiordania, 10 km a sud di Gerusalemme (N.d.T.) ).

La controversia ha assunto proporzioni notevoli, per quanto riguarda la storia delle relazioni israelo-americane. Raramente funzionari americani di primo piano dichiarano pubblicamente o in privato, come hanno fatto la scorsa settimana, che Israele ha “insultato” gli Stati Uniti, e la accusano di minare deliberatamente i processi di mediazione USA, “condannano” le azioni israeliane o chiedono a Israele di adoperarsi per dimostrare il suo impegno a favore dei negoziati di pace israelo-palestinesi, che stanno per essere avviati con la mediazione americana.

Tutto questo rappresenta una certa novità, ma sarebbe anche piuttosto insignificante qualora la polemica risulti essere solo un altro piccolo incidente di percorso lungo un altrimenti solido rapporto bilaterale fra America e Israele, nel corso del quale gli interessi della destra israeliana e i lobbisti di Washington hanno determinato per decenni la politica USA in Medio Oriente.

Che l’attuale controversia sia seria, è chiaro; quali siano le sue possibili conseguenze, non lo è.

In questa vicenda i palestinesi e gli arabi sono in gran parte osservatori silenziosi, proprio come sono stati vittime inerti e persone invisibili nel complessivo progetto di colonizzazione sionista che continua ad arraffare e ad inghiottire territori palestinesi.

Così l’attenzione si focalizza sui due protagonisti e sulle due questioni cruciali, rivelando la posta in gioco: Israele e la sua perenne colonizzazione delle terre arabe, e la capacità statunitense di prendere decisioni politiche sul Medio Oriente in totale autonomia.

Sarebbe limitato considerare questo contrasto come qualcosa che riguarda essenzialmente le probabilità di avviare i “colloqui di prossimità” questa settimana, come programmato. La questione è molto più profonda, riguarda il cuore del conflitto nazionalista fra arabi e israeliani e la relazione esclusiva fra Stati Uniti e Israele.

Gli arabi e i palestinesi ritengono di aver fatto ogni concessione loro richiesta, incluso riconoscere il diritto ad esistere d’Israele, accettare di negoziare e di vivere in pace con lo Stato ebraico, e acconsentire a una risoluzione del problema dei profughi palestinesi che sia negoziata e concordata con Israele (ovvero, accettare che solo un numero limitato e prestabilito di profughi ritornerà nella propria casa nel territorio palestinese incluso nell’odierna Israele). Se si deve arrivare alla pace, un passo avanti ora lo deve compiere Tel Aviv.

La faccenda degli insediamenti è così opprimente poiché riguarda le due questioni chiave in gioco: le politiche israeliane di colonizzazione e la subordinazione dell’America a Israele.

La polemica in corso è importante anche per la sua capacità di generare cambiamenti in merito a questi punti critici.

La prima questione è se esiste una linea di distinzione fra Israele come patria del popolo ebraico, con cui i palestinesi possono convivere in stati adiacenti, e Israele come progetto di perpetua colonizzazione sionista che rifiuta di accettare lo stato di diritto, così come definito dalle convenzioni internazionali sui diritti umani e dalle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza e dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

Israele rivendica il diritto di costruire insediamenti e di colonizzare tutto il territorio dell’Israele biblica, e afferma che l’intera Gerusalemme è la sua capitale eterna e indivisibile. I suoi insediamenti/colonie rappresentano un simbolo dinamico della sua totale mancanza di considerazione per il diritto internazionale e le risoluzioni delle Nazioni Unite, nonché una conferma della sua ostinazione, tipica di uno stato di apartheid, a godere di diritti maggiori rispetto ai palestinesi e agli arabi che vivono nella loro stessa terra.

Ad un certo punto, dopo 115 anni di sionismo moderno, gli ebrei e gli israeliani dovranno chiarire al mondo e a sé stessi se sono un insieme di eterni colonizzatori, di violatori del diritto internazionale e di espropriatori, o uno stato che cerca solo di permettere alla popolazione ebraica di vivere in pace, in sicurezza e nella normalità, nella terra a cui essa è legata sin da quando emerse come un popolo distinto, migliaia di anni fa.

La seconda questione che l’attuale controversia potrebbe chiarire è se gli Stati Uniti siano capaci di formulare una politica per il Medio Oriente che rifletta interessi nazionali autenticamente americani. Gli Stati Uniti possono abbandonare la loro abitudine di sottomettersi al ricatto, al terrorismo ideologico e all’intimidazione dei gruppi pro-Israele nei confronti dei politici americani, che temono di essere sollevati dal loro incarico se si discostano dalle posizioni israeliane?

Gli Stati Uniti hanno contrastato le opinioni e le prese di posizione d’Israele davvero molto raramente. Soltanto una o due volte nella storia contemporanea, gli Stati Uniti hanno costretto Israele a fare qualcosa che il paese si rifiutava di fare, come nel caso del ritiro dal Sinai nel 1956. Potremmo essere in una di quelle rare circostanze in cui gli Stati Uniti (adesso offesi e irritati) faranno veramente pressione su Israele affinché congeli totalmente gli insediamenti, con l’obiettivo di far ripartire i negoziati indiretti con i palestinesi.

Ci troviamo in un territorio inesplorato, ma anche in un ambito politico della massima importanza, dove la natura delle nazioni, e la determinazione politica degli uomini e delle donne che le governano, si trovano seriamente sotto esame per la prima volta nell’arco di due generazioni.

Rami G. Khouri è un analista politico di origine giordano-palestinese e di nazionalità americana; è direttore dell’Issam Fares Institute of Public Policy and International Affairs presso l’American University di Beirut, ed è direttore del quotidiano libanese “Daily Star”.

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mercoledì, marzo 24, 2010

I veri amici di Israele (e, soprattutto, della pace).

In concomitanza con la visita in Israele del Vice Presidente Usa Biden, il 9 marzo scorso, sono stati resi noti in una sequenza impressionante i piani dell’ulteriore, massiccia colonizzazione israeliana di Gerusalemme e dei suoi sobborghi, il che ha creato seri attriti tra l’amministrazione Obama e il governo israeliano.

L’8 marzo, le autorità israeliane hanno dato il via libera alla costruzione di 112 nuove unità abitative nell’insediamento di Beitar Illit, a ovest di Betlemme, venendo meno persino a quella minima promessa di “congelamento” per 10 mesi delle nuove costruzioni nelle colonie della West Bank.

Il 9 marzo, tanto per render chiaro a Biden come stavano le cose, il Ministro degli Interni israeliano ha reso nota l’approvazione di 1.600 nuovi appartamenti a Gerusalemme est. Queste costruzioni, stando ad Ha’aretz, dovrebbero sorgere nel quartiere ultra-ortodosso di Ramat Shlomo, al fine di assicurarne l’espansione verso est e verso sud.

L’11 marzo, il quotidiano israeliano Ha’aretz ha svelato come oltre 50.000 nuove abitazioni, da edificare nei quartieri di Gerusalemme oltre la “linea verde”, siano in vario grado di pianificazione e di approvazione. Alcuni di questi piani sono ormai in fase avanzata di attuazione e si tratta, in particolare, di: 3.000 abitazioni nella colonia di Gilo, 1.500 ad Har Homa, 1.500 a Pisgat Ze’ev, 3.500 a Givat Hamatos, 1.200 a Ramot, 600 ad Armon Hanetziv e 450 nella colonia di Neveh Yaakov. In aggiunta risulta programmata la costruzione di un nuovo quartiere di ben 13.000 unità abitative nei pressi del villaggio di al-Walajah, a nord-ovest di Betlemme, che domina Gerusalemme.

L’annuncio di questa imponente mole di nuove costruzioni ha di colpo reso molto tesi i rapporti tra gli Usa ed Israele, ben esemplificati dal botta e risposta tra Hillary Clinton e il premier israeliano “Bibi” Netanyahu al congresso dell’Aipac, la (tristemente) nota e potente lobby ebraica statunitense. Alla Clinton che sosteneva che le colonie sono un ostacolo e che Israele deve compiere “scelte difficili” per raggiungere la pace con i Palestinesi, Netanyahu ha infatti replicato che “Gerusalemme non è una colonia, è la capitale di Israele”.

Su questo argomento, è apparso in questi giorni un articolo redazionale del sito Medarabnews, che bene sintetizza tutte le questioni sul tappeto e che vi propongo qui di seguito.

Qui voglio soltanto aggiungere una cosa. La costruzione di abitazioni in territorio occupato, a Gerusalemme est come nella West Bank, non è solo un “ostacolo”, non è sufficiente dire che “non aiutano” o usare le similari formulette adoperate in passato dalle varie amministrazioni americane. Costruire in territorio occupato è immorale e illegale, e costituisce un vero e proprio crimine di guerra per aperta violazione della Quarta Convenzione di Ginevra.

E questo lo ha ricordato solo il Segretario Generale dell’Onu Ban Ki-moon

Ma persino il generale David Petraeus ha ritenuto di intervenire sottolineando i pericoli che potrebbero derivare agli Stati Uniti dalle politiche dissennate di Israele. Secondo Petraeus, la mancata risoluzione del conflitto israelo-palestinese e la sensazione assolutamente prevalente nel mondo arabo dell’atteggiamento sbilanciato degli Usa a favore di Israele rende più facile alle organizzazioni terroristiche reclutare nuovi seguaci, e all’Iran di godere di maggior influenza nel mondo arabo.

Petraeus ha assolutamente ragione, ma lui teme per la sicurezza delle truppe americane, noi temiamo, piuttosto, per la nostra sicurezza e per i destini della pace nel mondo.

“Nella lite sugli insediamenti, chi sono i veri amici di Israele?”, si è chiesto qualche giorno fa, dalle pagine del Washington Post, Stephen M. Walt, professore di Relazioni Internazionali all’Università di Harvard, in merito alla crisi scoppiata fra Washington e Tel Aviv a seguito dell’annuncio israeliano di un piano edilizio per la costruzione di 1.600 abitazioni a Gerusalemme Est.

La disputa ha suscitato un intenso dibattito negli Stati Uniti, fra coloro che hanno valutato positivamente la reazione dell’amministrazione Obama e coloro che l’hanno invece aspramente criticata, ritenendola indegna di uno stretto alleato di Israele.

Su posizioni molto critiche nei confronti di Obama si sono schierati l’American Israel Public Affairs Committee (AIPAC) – la principale e più potente lobby filo-israeliana negli USA – ed altri gruppi fra cui l’ Anti-Defamation League, a cui bisogna aggiungere un consistente blocco di membri del Congresso, non solo repubblicani ma anche democratici.

A sostegno della posizione adottata dalla Casa Bianca si sono schierati gruppi filo-israeliani pacifisti come J Street e Americans for Peace Now. Degna di nota è anche la posizione espressa dal generale David Petraeus, attualmente a capo dello U.S. Central Command (la cui area di responsabilità copre tutto il Medio Oriente, fino all’Asia centrale, con l’esclusione di Israele e dei Territori palestinesi). Petraeus ha affermato che la sicurezza delle truppe americane in Medio Oriente è messa in pericolo dal conflitto israelo-palestinese.

Questo conflitto alimenta sentimenti anti-americani, secondo Petraeus, a causa di quello che viene percepito in Medio Oriente come un atteggiamento parziale degli Stati Uniti a favore di Israele. Il generale americano ha affermato che la collera suscitata nei paesi arabi dall’irrisolta questione palestinese rende più facile ad al-Qaeda e ad altri gruppi estremisti il compito di reclutare nuovi seguaci, e permette all’Iran di avere maggiore influenza nel mondo arabo.

La crisi di questi giorni ha dunque messo in evidenza una crescente spaccatura all’interno della comunità filo-israeliana negli Stati Uniti, fra difensori dello “status quo” e sostenitori della soluzione dei due stati. Questi ultimi sono stati accusati dai primi – che si ritengono i “veri amici di Israele” – di aver adottato un atteggiamento che danneggerebbe gli interessi di Tel Aviv.

In questo caso – sostiene tuttavia il prof. Walt, nell’articolo sopra citato – sono il presidente Obama e coloro che lo appoggiano ad avere realmente a cuore i veri interessi di Israele e degli Stati Uniti. Si possono condividere o meno le tattiche dell’amministrazione Obama – afferma in sostanza Walt – ma essa è seriamente impegnata a realizzare la soluzione dei due stati, e questo può essere ben difficilmente considerato un atto ostile nei confronti di Israele.

D’altra parte, come afferma Ron Kampeas, direttore degli uffici di Washington della Jewish Telegraphic Agency (JTA), quando in passato si sono manifestate aspre divergenze fra gli Stati Uniti ed Israele, e gli americani hanno esercitato pressioni reali nei confronti del loro stretto alleato mediorientale, il risultato è sempre stato vantaggioso per Tel Aviv.

Nel 1978, il presidente americano Jimmy Carter ed il primo ministro israeliano Menachem Begin si scontrarono duramente perché quest’ultimo si rifiutava di fermare la costruzione degli insediamenti. Tuttavia, gli sforzi di Carter portarono agli accordi di Camp David che avrebbero aperto la strada alla firma del trattato di pace fra Egitto e Israele nel 1979.

Nel 1991, ci fu un duro scontro fra l’amministrazione guidata da George H.W. Bush ed il governo Shamir, che l’anno successivo portò alla sconfitta elettorale di quest’ultimo ed all’elezione di Yitzhak Rabin, la quale aprì la strada agli accordi di Oslo ed alla pace fra Giordania ed Israele.

Malgrado questi fatti del passato, coloro che negli Stati Uniti si definiscono i “veri amici di Israele” hanno aspramente criticato l’amministrazione Obama per la sua reazione, ritenuta troppo dura, soprattutto se paragonata alla sua “scarsa determinazione” nell’affrontare la questione iraniana. Contro l’Iran vuole focalizzare l’attenzione, in particolare, l’AIPAC, la cui conferenza annuale si è tenuta proprio in questi giorni. Alla luce della “minaccia iraniana”, la condanna della Casa Bianca nei confronti del governo israeliano è stata definita “un regalo ai nemici di Tel Aviv”.

Ramat Shlomo, il sobborgo di Gerusalemme Est nel quale dovrebbero essere costruite le 1.600 unità abitative annunciate dal governo Netanyahu, è un quartiere ebraico che rimarrà a Israele anche in un futuro accordo di pace – sostengono coloro che si sono schierati dalla parte del primo ministro israeliano, criticando i passi compiuti dalla Casa Bianca.

Del resto, anche coloro che spingono per un maggiore impegno americano a favore del processo di pace non hanno risparmiato critiche all’amministrazione Obama, accusata di non avere una strategia precisa. Aaron David Miller, consulente di ben sei segretari di stato in merito ai negoziati israelo-palestinesi, ha affermato che una serie di dure prese di posizione da parte della Casa Bianca non costituiscono necessariamente una politica compiuta.

Che la strategia seguita dall’amministrazione Obama sia stata fino a questo momento poco coerente è un fatto difficilmente contestabile – sostengono altri – tuttavia l’obiettivo finale di spingere il governo israeliano a fare maggiori concessioni in vista di un negoziato produttivo è assolutamente condivisibile.

Dal canto loro, molti commentatori arabi ritengono che l’attuale crisi fra Washington e Tel Aviv sia “una tempesta in un bicchier d’acqua”, e che le divergenze saranno ben presto ricomposte, magari avviando colloqui israelo-palestinesi indiretti che avranno l’unico scopo di “guadagnare tempo”, senza portare a nessun risultato concreto.

E in effetti, i “gesti di buona volontà” nei confronti dei palestinesi, promessi da Netanyahu all’amministrazione americana, sono talmente trascurabili da far temere che l’esito di qualsiasi negoziato sarà inevitabilmente il fallimento.

Se le prospettive di una svolta positiva nel processo di pace israelo-palestinese appaiono scarse, la realtà sul terreno rischia invece di diventare esplosiva.

Mentre l’Alto Rappresentante per la politica estera e di sicurezza dell’UE, Catherine Ashton, di ritorno dalla sua visita a Gaza avrebbe definito la situazione laggiù “peggiore di Haiti”, in Cisgiordania la tensione cresce di giorno in giorno, con una serie di incidenti che ultimamente hanno portato all’uccisione di alcuni palestinesi, e con un’intifada strisciante a Gerusalemme.

Alla luce di questa situazione, sembrano aver ragione coloro che affermano che la reazione dell’amministrazione americana all’annuncio israeliano del piano edilizio di Ramat Shlomo, se non nella forma, sia corretta nella sostanza – ovvero, sia la giusta reazione di un alleato ed amico che vuole mettere in guardia il governo israeliano.

Infatti, se la costruzione di alcune abitazioni in un quartiere ebraico può apparire poco significativa, come hanno sostenuto molti commentatori israeliani, essa acquista ben altro peso se la si considera nel contesto della situazione complessiva esistente a Gerusalemme Est ed in Cisgiordania.

Tale decisione appare inoltre di una maggiore gravità se si tiene conto che fa parte di un pacchetto ben più ampio, di circa 50.000 unità abitative che, secondo il quotidiano israeliano Haaretz, dovrebbero essere costruite nei prossimi anni a Gerusalemme Est.

Questa pianificazione edilizia, del resto, è in perfetta armonia con la volontà di Netanyahu di considerare Gerusalemme capitale eterna e indivisibile dello stato di Israele, e come tale non facente parte del processo negoziale. Questo concetto è stato ribadito dal primo ministro israeliano alla conferenza dell’AIPAC a Washington, quando egli ha affermato: “Gerusalemme non è un insediamento; è la nostra capitale”.

Netanyahu sembra aver dimenticato, drammaticamente, che Gerusalemme dovrebbe essere non solo la capitale di Israele, ma anche del futuro stato palestinese. Chiunque abbia una minima dimestichezza con il conflitto arabo-israeliano sa bene che nessun leader palestinese o arabo potrà mai accettare una pace che comporti la rinuncia a Gerusalemme Est.

L’affermazione di Netanyahu che “costruire a Gerusalemme è come costruire a Tel Aviv” rappresenta il totale disconoscimento del significato che ha Gerusalemme (non solo per l’ebraismo, ma anche per le altre grandi fedi monoteiste), e in particolare di ciò che essa rappresenta per gli arabi ed i musulmani.

Come ha scritto Doron Rosenblum sul quotidiano Haaretz, quando Netanyahu guarda a Gerusalemme, non sembra considerare “la città reale, con i suoi problemi geo-demografici e con le soluzioni pratiche che sono necessarie nel quadro di un accordo complessivo, ma la cosiddetta Gerusalemme celeste”, una Gerusalemme mitica che tuttavia è drammaticamente lontana dalla città reale con i suoi problemi di oggi.

A Gerusalemme Est e in Cisgiordania, ovvero in quello che dovrebbe essere il futuro stato palestinese, vivono ormai più di 500.000 coloni israeliani. Nonostante il parziale congelamento degli insediamenti, la colonizzazione non si è fermata del tutto, e ci si attende una sua ripresa a settembre, quando scadranno i dieci mesi di sospensione decretati dal governo.

Alcune misure approvate ultimamente dal governo israeliano hanno contribuito ad accrescere la tensione in Cisgiordania. Il 13 dicembre 2009 è stata approvata la risoluzione sulle Aree di Priorità Nazionale (NPA). Queste aree comprendono anche diversi insediamenti in Cisgiordania, ovvero in territorio palestinese. Lo scorso 23 febbraio il governo ha inserito nella lista di siti che appartengono al “patrimonio nazionale di Israele” anche la Tomba dei Patriarchi a Hebron e la Tomba di Rachele a Betlemme, entrambi situati in Cisgiordania, ed entrambi luoghi sacri anche per i musulmani.

Questi ed altri provvedimenti, insieme all’espansione complessiva degli insediamenti, non possono che convincere i palestinesi e gli arabi che Israele vuole mantenere il controllo sulla Cisgiordania, facendo svanire qualunque speranza di un futuro stato palestinese indipendente ed in grado di sopravvivere.

L’alternativa che si profila alla soluzione dei due stati, non soltanto è drammatica per i palestinesi, ma non lascia presagire nulla di buono nemmeno per gli israeliani. Mantenere il controllo della Cisgiordania e continuare a portare avanti la colonizzazione significa infatti porre Israele davanti a due alternative: diventare uno stato bi-nazionale, concedendo i pieni diritti alla popolazione palestinese all’interno dello stato israeliano (che così cesserebbe di essere uno stato a maggioranza ebraica); oppure continuare a negare ai palestinesi i loro diritti, trasformando così Israele in uno stato non democratico – quello che lo stesso ministro della difesa israeliano Ehud Barak ha definito “uno stato di apartheid”.

La seconda ipotesi appare essere la più probabile, tenendo conto del fatto che la maggioranza degli israeliani non sembra disposta a rinunciare al carattere ebraico del proprio stato. Questa prospettiva, inoltre, non appartiene a un futuro lontano, ma, secondo molti osservatori, è una realtà concreta già oggi in Cisgiordania, dove, tanto per fare un esempio, i villaggi di Bil’in e Na’alin sono stati dichiarati zone militari chiuse la scorsa settimana, allo scopo di impedire le manifestazioni (rigorosamente pacifiche) organizzate dagli abitanti di questi villaggi per protestare contro il muro di separazione eretto dagli israeliani (definito una violazione del diritto internazionale dalla Corte Internazionale di Giustizia).

Alla luce di questi dati, sembra aver ragione il prof. Walt quando, nell’articolo del Washington Post precedentemente citato, afferma che i gruppi che negli Stati Uniti si oppongono al congelamento di tutti gli insediamenti, e che sono favorevoli al mantenimento dello “status quo”, sono in realtà falsi amici di Israele, perché le posizioni che essi sostengono “spingono Israele a proseguire lungo la pericolosa strada che ha intrapreso”.

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giovedì, marzo 18, 2010

I giovani razzisti ebrei.

Questo articolo, pubblicato l’11 marzo scorso su Ha’aretz, è dedicato a quanti magnificano Israele come il posto migliore al mondo in cui vivere, una magnifica democrazia ed una nazione civile e progredita in cui non v’è assolutamente alcuna traccia di razzismo e di discriminazione verso la minoranza araba.

Degna di nota è, altresì, l’elevata percentuale degli studenti (quasi la metà del campione) che si dichiarano pronti a rifiutare – quando saranno chiamati a svolgere il servizio militare – ogni ordine di evacuazione delle colonie e degli insediamenti illegali in Cisgiordania. Con ciò, evidentemente, approvando l’intensa opera di colonizzazione e la sottrazione di terre e risorse naturali ai legittimi proprietari palestinesi.

Se c’era qualcuno che contava sulle nuove generazioni in Israele per raggiungere un accordo di pace con i Palestinesi può senz’altro abbandonare ogni speranza in tal senso.

Secondo i risultati di un nuovo rilevamento diffuso ieri, quasi la metà degli studenti israeliani delle superiori non ritiene che, in Israele, gli studenti arabo-israeliani debbano avere gli stessi diritti degli ebrei. La stessa indagine ha messo in evidenza che oltre la metà degli studenti vorrebbe negare agli arabi il diritto di essere eletti al Parlamento.

Il rilevamento, che venne rivolto ai giovani di diverse scuole superiori israeliane, ha rilevato inoltre, che quasi la metà tra tutti gli interpellati – il 48% - ha affermato che si sarebbe rifiutata di obbedire agli ordini di evacuazione degli avamposti e delle colonie nei Territori Palestinesi.

Vicino ad un terzo – il 31 % - ha risposto che avrebbe rifiutato di svolgere il servizio militare al di là della Linea Verde.

I risultati completi del sondaggio verranno esposti oggi durante una discussione accademica ospitata congiuntamente dalla Scuola di Educazione dell’Università di Gerusalemme e dal Centro di Presa di Coscienza dei Cittadini in Israele. Il simposio si concentrerà sui vari aspetti dell’educazione civile nel paese.

“I giovani ebrei non hanno interiorizzato i valori democratici fondamentali“ ha affermato il prof. Daniel Bar –Tal, uno degli organizzatori della conferenza.

L’indagine era stata commissionata il mese scorso da Maagar Mochot, un istituto di ricerche israeliano, con la supervisione del prof. Yitzhak Katz. Essa è stata applicata ad un campione di 536 ebrei e arabi aventi un’età compresa tra i 15 ed i 18 anni.

L’inchiesta ha cercato di valutare gli atteggiamenti dei cittadini nei confronti dello Stato di Israele; la loro visione a proposito dei nuovi immigranti e dei cittadini arabi dello Stato; oltre alle loro posizioni politiche.

I risultati forniscono l’immagine di una gioventù che si applica in filosofie politiche che vanno al di fuori della corrente principale.

In risposta al quesito se ai cittadini arabi si sarebbe dovuto accordare diritti uguali a quelli degli ebrei, il 49,5% aveva risposto in modo negativo. Il problema ha evidenziato il profondo solco che tiene separati i giovani religiosi da quelli laici, con l’82% di studenti religiosi che affermano di essersi opposti ad una parità di diritti per gli arabi, mentre appena il 39% degli studenti laici ha ribadito tale opinione.

Il solco laico – religioso era presente pure quando agli studenti era stato proposto il quesito se i cittadini arabi avrebbero potuto essere eleggibili per concorrere ad una carica nel Parlamento. Mentre l’ 82% di coloro che avevano tendenze religiose aveva risposto in senso negativo, il 47% dei giovani laici si era dichiarato d’accordo. In totale, il 56% aveva sostenuto che tale diritto avrebbe dovuto essere completamente negato.

L’indagine aveva fatto ricerche anche sulla questione del servizio militare e sull’esecuzione di ordini militari che fossero ritenuti politicamente responsabili di creare discordia.

Mentre una stragrande maggioranza (91%) aveva espresso il desiderio di arruolarsi nelle Forze Israeliane di Difesa, il 48% aveva affermato che non avrebbe obbedito di fronte ad un ordine di evacuare avamposti e colonie nella West Bank.

In questo caso, i ricercatori hanno notato il legame con la religione. Di coloro che si sarebbero rifiutati di eseguire ordini di evacuazione, l’81% dichiara di appartenere alla categoria dei religiosi, rispetto al 36% che sono laici.

Un funzionario del Ministero dell’Educazione. ha dichiarato: “Questo sondaggio d’opinioni mostra risultati che mettono in luce un grave segnale d’allarme per il consolidarsi tra la gioventù della tendenza a punti di vista estremi.”

L’indagine, la quale aveva rivelato, inoltre, che un numero relativamente alto di giovani conta di votare e che la democrazia è tuttora considerata il sistema di governo preferito, indica “un divario tra il consenso ad una democrazia formale e i principi fondamentali della democrazia, che vietano la negazione dei diritti alla popolazione araba,” secondo quanto ha dichiarato il funzionario.

“Le distinzioni riguardanti le diverse posizioni esistenti tra la gioventù laica e quella religiosa, che stanno aumentando in modo più marcato dal punto di vista demografico, è necessario che rappresentino un motivo di preoccupazione per noi tutti, in quanto tutto ciò determinerà l’aspetto dello stato per altri 20 – 30 anni, “ ha sostenuto Bar-Tal. “C’è una combinazione di fondamentalismo, nazionalismo e razzismo nella visione del mondo della gioventù religiosa.”
(tradotto da mariano mingarelli)

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mercoledì, marzo 17, 2010

Per la pace preventiva.

CONTRO TUTTE LE GUERRE – PER LA PACE PREVENTIVA
19 marzo 2003 - 19 marzo 2010

NON IN NOSTRO NOME

CHIEDIAMO

Il ritiro immediato di tutte le truppe occupanti dall’Afghanistan e dall’Iraq (inclusi i contractors)

La fine della pulizia etnica israeliana a Gerusalemme Est e nelle altre città della Cisgiordania, dell’assedio di Gaza, della repressione in Kurdistan

Lo stop ai preparativi di guerra contro l’Iran

Nell’anniversario dei bombardamenti sull’Iraq nel 2003 scendiamo in piazza in Italia come negli Stati Uniti per dire basta alla complicità dei nostri paesi con la guerra, le occupazioni e l’oppressione coloniale contro altri popoli.

Venerdi 19 marzo scendiamo in piazza in Italia insieme a chi il 20 marzo manifesterà nelle città degli Stati Uniti (Washington, San Francisco, Los Angeles, Chicago) per il ritiro delle truppe dall’Afghanistan e dall’Iraq; insieme a chi in Gran Bretagna sostiene la battaglia di Joe Glenton e degli altri soldati che si rifiutano di continuare a uccidere ed essere uccisi in Afghanistan, insieme ai palestinesi che si stanno opponendo alla pulizia etnica israeliana a Gerusalemme e nelle altre città della Cisgiordania e all’assedio di Gaza, insieme al popolo curdo che resiste alla repressione turca.


CHIEDIAMO


La riduzione delle astronomiche spese militari – sempre in aumento – in favore di maggiori investimenti sociali e la sostituzione della cultura di guerra al terrorismo (che ha prodotto Guantanamo, prigioni segrete e soppressione di molti diritti civili) con una cultura fondata sulla pace, il diritto e l’equa condivisione delle risorse attraverso veri negoziati

Che il governo italiano ritiri le truppe nel mattatoio afghano, smantelli le armi nucleari stoccate nelle basi militari di Aviano e Ghedi, cessi di sperperare miliardi di euro per armamenti e di fornire ufficialmente armi, investimenti economici, collaborazioni scientifiche al governo israeliano condannato dalle istituzioni internazionali per la costruzione del Muro di segregazione, per i crimini di guerra a Gaza e l’occupazione coloniale dei Territori Palestinesi. Chiediamo la revoca degli accordi militari, commerciali, scientifici, culturali tra le istituzioni italiane e quelle israeliane;

Noi, in quanto cittadini italiani, statunitensi, europei, palestinesi, israeliani, curdi non accettiamo di essere considerati complici di questa politica di oppressione e di guerre preventive, chiediamo il ritiro delle truppe dall’Afghanistan e dall’Iraq, la cessazione di ogni complicità con gli apparati di guerra (basi militari, nuovi armamenti, spese militari), la revoca della partecipazione statunitense, italiana ed europea al vergognoso embargo contro la popolazione palestinese di Gaza ormai da quattro anni sotto assedio

Venerdi 19 marzo, ore 17.00 Manifestazione a piazza Montecitorio

Circolo Arci Arcobaleno, Statunitensi per la pace e la giustizia, Rete Disarmiamoli, Rete Sempreocontrolaguerra, Forum Palestina, Un Ponte per…, Campagna Stop Agrexco, Coordinamento Kurdistan… (altre adesioni si stanno raccogliendo)

http://www.forumpalestina.org/

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giovedì, marzo 11, 2010

Appello: Fermare l'aggressione all'Iran!

Come abbiamo già avuto modo di osservare, in questi mesi si assiste al paradosso per cui i governanti di Israele - uno stato che possiede dalle duecento alle trecento testate atomiche e che non aderisce al Trattato di non proliferazione nucleare - denunciano a gran voce la terribile minaccia per la pace costituita dall'Iran, uno stato che non possiede neanche una bomba atomica e che neppure vuole possederla, e che si sottopone alle ispezioni dell'Aiea.

Con l'aiuto del fedele alleato americano, Israele sta conducendo la sua battaglia per isolare l'Iran e sottoporlo a sempre più dure sanzioni economiche (chiedendone con Peres persino l'espulsione dall'Onu), senza peraltro nascondere che non esiterà in alcun modo a scegliere l'opzione militare per distruggere quella che considera una minaccia "esistenziale".

Ritengo dunque necessario e doveroso dare la massima diffusione a questo importante appello, che vuole chiamare alla mobilitazione contro l'aggressione all'Iran. E' possibile inviare la propria adesione scrivendo a giulemanidalliran@alice.it

Fermare l’aggressione all’Iran!
Denuclearizzare l’intero Medio Oriente!
Porre fine all’assedio di Gaza e al martirio del popolo palestinese!

Sin da quando G.W. Bush definì l’Iran uno “Stato canaglia” è in corso contro questo paese dalla storia plurimillenaria e il suo governo una brutale campagna di demonizzazione; una campagna fondata sulla menzogna che con tutta evidenza serve a spianare la strada all’aggressione militare.

Tutti ricordiamo come fu preparata la guerra all’Iraq. Mentre le sanzioni e l’embargo provocavano mezzo milione di morti (anzitutto bambini, a causa dell’assenza di medicinali, latte e beni di prima necessità), l’Iraq era accusato di accumulare “armi di distruzione di massa”. Come dimenticare la grande messa in scena con cui Colin Powell, per giustificare quella che sarà la più grande carneficina dopo il Vietnam, giunse a ingannare l’assemblea dell’ONU mostrando la famigerata “pistola fumante”?

Gli Stati Uniti, che difendono la loro supremazia mondiale con migliaia e migliaia di testate nucleari e la più imponente macchina bellica di tutti i tempi, giustificano le terribili sanzioni da imporre all’Iran e l’eventuale attacco militare con l’argomento secondo cui la Repubblica islamica cercherebbe di dotarsi della bomba atomica per poter attaccare Israele. L’accusa è sdegnosamente respinta da Tehran, e comunque ancora una volta la Casa Bianca usa due pesi e due misure. E’ infatti noto che Israele possiede centinaia di testate nucleari, buona parte delle quali puntate sull’Iran e ognuna delle quali potrebbe radere al suolo Tehran.

I nemici dichiarati dell’Iran (anzitutto Israele e Stati Uniti, a cui si accoda l’Unione Europea), nel tentativo di ingannare l’opinione pubblica e compattare il loro fronte interno, indossano la solita maschera, quella di paladini della libertà, della democrazia e della non-violenza. In particolare, essi contestano al governo di Tehran la dura repressione delle proteste. I sottoscritti non amano né le dittature, né la sospensione dei diritti di libertà, ovunque questo avvenga, ma prima di dare lezioni di democrazia i nemici dell’Iran dovrebbero porre fine allo Stato d’assedio e alla minaccia militare a cui sottopongono questo paese, visto che la guerra, come la storia insegna, è il più grave ostacolo alla libertà. In ogni caso, non possono ergersi a campioni dei diritti dell’uomo quegli stessi paesi, le cui truppe compiono massacri in Afghanistan o in Palestina, che sostengono colpi di stato per rovesciare governi ostili (Honduras), che non esitano a ricorrere agli attentati terroristici o all’«eliminazione mirata» di esponenti politici o scienziati considerati pericolosi.

Mentre si aggravano i pericoli di guerra esprimiamo il nostro sdegno per le affermazioni rilasciate da Berlusconi nel corso del suo viaggio in Israele. Non solo egli ha giustificato i massacri indiscriminati contro i palestinesi di Gaza, non solo ha difeso l’idea razzista e segregazionista di Israele quale stato puramente ebraico (con la sostanziale esclusione della popolazione araba dal godimento dei diritti politici). Calpestando i sentimenti di pace del popolo italiano e danneggiando gli stessi interessi nazionali, Berlusconi ha assicurato agli israeliani che l’Italia interromperà le relazioni economiche con l’Iran e sosterrà in ogni sede la richiesta di durissime sanzioni. In altre parole Berlusconi ha dato man forte ai falchi israeliani, i quali sono pronti, una volta ottenuto il semaforo verde da Obama, a rovesciare sull’Iran un devastante bombardamento, senza escludere il ricorso all’arma atomica.

Occorre fermare l’escalation anti-iraniana e smantellare l’arsenale atomico israeliano per denuclearizzare il Medio oriente.

L’assedio israeliano di Gaza deve finire ed il popolo palestinese deve vedere finalmente riconosciuti i suoi diritti.

PRIMI FIRMATARI

Domenico Losurdo – Università di Urbino
Gianni Vattimo – Filosofo e parlamentare europeo
Danilo Zolo – Università di Firenze
Margherita Hack – Astrofisica
Lucio Manisco – Giornalista, già parlamentare europeo
Marino Badiale – Università di Torino
Aldo Bernardini – Università di Teramo
Giovanni Bacciardi – Università di Firenze
Enzo Apicella - Designer, Londra
Fernando Rossi - ex senatore, Per il Bene Comune
Sergio Cararo - Rivista Contropiano
Maurizio Fratta - Coordinatore Rivoluzione Democratica
Fausto Sorini - Redazione de l'Ernesto
Leonardo Mazzei – Campo Antimperialista
Alessandro Leoni - Cpn Prc
Riccardo Filesi - Comunisti Uniti Lazio
Miriam Pellegrini - Partigiana di Giustizia e Libertà
Andrea Catone - Direttore de l'Ernesto
Spartaco Ferri - Partigiano della Divisione Garibaldi
Andrea Fioretti - Comunisti Uniti del Lazio
Fabio Marcelli - Vicesegretario Ass. Internazionale Giuristi Democratici
Mary Rizzo Palestine Think tank
Andrea Torre - Ist. Naz. Storia del Mov. di Liberazione in Italia
Vladimiro Giacché – Economista
Costanzo Preve – Filosofo, Torino
Carlo Fabretti - Matematico, Accademia della Scienze New York
Michela Maffezzoni - Fondazione Cipriani, Cremona
Walter Ceccotti - Coord. naz. l'Ernesto
Francesco Rozza - Coord. naz. l'Ernesto
Enrico Sodacci - Presidente Sumud
Maria Grazia Da Costa - Campo Antimperialista
Gualtiero Alunni - Cpn Prc
Ugo Giannangeli – Avvocato, Milano
Urbano Boscoscuro - Cpn Prc
Paolo Simonelli - Cpn Prc
Giuseppe Pelazza – Avvocato, Milano
Moreno Pasquinelli – Campo Antimperialista
Hamza Roberto Piccardo – Direttore www.islam-online.it
Tusio De Iuliis – Presidente “Passage to the South.org”
Nuccia Pelazza – Insegnante, Milano
Stefania Campetti - Archeologa
Carlo Oliva – Pubblicista
Gabriella Solaro – Resp. archivio Ist. Naz. Storia del Mov. di Liberazione in Italia
Giuseppe Zambon – Editore
Vainer Burani – Avvocato, Reggio Emilia
Cesare Allara – Com. Sol. con il Popolo Palestinese, Torino
Umar Andrea Lazzaro – Amministratore www.islam.forumup
Sergio Starace – Colletivo Iqbal Masih, Lecce
Antonio Stacchiotti – L.u.p.o. Osimo (Ancona)
Gian Marco Martignoni – Segreteria provinciale Cgil, Varese
Ascanio Bernardeschi – Prc Volterra (PI)
Fausto Schiavetto – Soccorso Popolare, Padova
Elvio Arancio - Resp. esteri Per il Bene Comune
Aldo Zanchetta – Lucca
Marina Minicucci - Giornalista
John Catalinotto - IAC (USA)
Paola Redaelli - Redazione "Italia Contemporanea"
Corrado Bertani - Operatore culturale
Stefano Franchi - Prc Bologna
Marco Trapassi - Direttivo prov. Prc Parma
Sergio Ricaldone - Comitato Mondiale Partigiani della Pace
Luciano Giannoni - Segreteria prov. Pdci Livorno
Alexander Hoebel - Università di Napoli
Mirco Solero - Coord. naz. l'Ernesto
Pio De Angelis - Coord. naz. l'Ernesto
Mauro Gemma - Direttore l'Ernesto online
Stefano G. Azzarà - Università di Urbino
Manuela Ausilio - Comunisti Uniti Lazio
Luca Minghinelli - Campo Antimperialista
Massimo Maccagno - Campo Antimperialista
Antonio Mazzeo - Giornalista
Aurelio Fabiani - Casa Rossa, Spoleto
Miguel Urbano - Scrittore
Enrico Mascelloni - Critico d’arte, Roma

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mercoledì, marzo 10, 2010

La vera minaccia per la pace.


(Vignetta di Carlos Latuff)

I governanti di Israele - uno stato che possiede un rispettabile arsenale atomico fatto di due-trecento testate e che non aderisce al Trattato di non proliferazione nucleare - strepitano come ossessi e denunciano la terribile minaccia costituita dall'Iran - uno stato che non possiede l'atomica, che dichiara di non volerla e che si sottopone alle ispezioni dell'Aiea.

Nel contempo, lontano dai riflettori, Israele continua a porre in essere atti provocatori e illegali, ordinando demolizioni in serie delle case palestinesi nel quartiere di Silwan e, soprattutto, autorizzando la costruzione di ben 1.600 (!) nuove abitazioni illegali a Gerusalemme est.

Alterando così in maniera tendenzialmente irreversibile lo status e la composizione demografica del territorio occupato di Gerusalemme e, altrettando irreversibilmente, compromettendo ogni speranza di pace con i Palestinesi.

E, d'altronde, un vero "campo della pace" in Israele non è mai nato e probabilmente, rebus sic stantibus, non nascerà mai.

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martedì, marzo 09, 2010

La sofferenza delle donne palestinesi.

L’8 marzo segna la Giornata internazionale della donna, una data adottata dall’Assemblea Generale dell’Onu nel 1977 per rimarcare il sostegno alla lotta delle donne per il pieno riconoscimento dei loro diritti e contro ogni discriminazione.

Ieri, in occasione di tale ricorrenza, il Presidente Napolitano nel suo rituale discorso ha avuto modo di ricordare il nostro dovere – mentre cerchiamo di migliorare la condizione delle donne italiane – di non dimenticare “le sofferenze che in altre parti del mondo tale condizione comporta”, citando, tra le altre cose l’alimentazione e le cure mediche inadeguate, ed il mancato accesso all’istruzione.

Un concetto, questo, assolutamente condivisibile, ma che dovrebbe trovare una concreta applicazione, senza restare soltanto una dichiarazione di intenti generica ed anche un tantinello ipocrita.

E’ tristemente noto a tutti, infatti, come le donne palestinesi continuino a dover affrontare circostanze estremamente difficili, in particolare nella Striscia di Gaza, a causa delle quotidiane violazioni dei diritti umani perpetrate nei loro confronti dallo Stato di Israele.

Violazioni dei diritti che hanno raggiunto il loro apice nel corso della recente operazione “Piombo Fuso” condotta dall’esercito israeliano nella Striscia di Gaza, nel corso della quale hanno trovato la morte ben 211 donne, ragazze, bambine, il 15% del totale dei Palestinesi uccisi nel corso delle operazioni.

Ma il blocco degli accessi da e per Gaza – che continua ininterrotto – ha provocato anch’esso la morte di decine e decine di Palestinesi e, tra essi, di 17 donne, alle quali è stato negato l’accesso alle cure mediche all’estero o che non hanno potuto ricevere cure adeguate negli ospedali di Gaza.

L’assedio, inoltre, ha un impatto estremamente negativo anche sulle condizioni di vita quotidiana delle donne palestinesi, che si vedono negato o severamente ristretto l’accesso all’acqua potabile e ad una adeguata alimentazione: basti ricordare che, ad oggi, l’85% della popolazione della Striscia dipende, per la stessa sopravvivenza, dagli aiuti alimentari.

Anche se è trascorso ben più di un anno da “Piombo Fuso”, che ha provocato la distruzione di 2.114 abitazioni in cui risiedevano 3.314 famiglie (per un totale di 19.592 palestinesi), l’assedio israeliano impedisce l’afflusso dei materiali per la ricostruzione, e tutte queste persone, incluse centinaia di donne, sono costrette ancora a vivere in tende o in ricoveri di fortuna.

E, infine, a centinaia di donne palestinesi viene tutt’ora negato il diritto di accesso alla giustizia, in relazione ai vani tentativi effettuati per garantire il perseguimento di quanti hanno commesso crimini di guerra e crimini contro l’umanità uccidendo i loro mariti o i loro figli, o lasciandoli con disabilità permanenti.

L’accesso all’istruzione per gli studenti di Gaza continua poi ad essere negato, a causa della continua chiusura dei valichi di frontiera con Israele e con l’Egitto; attualmente sono ben 319 gli studenti impossibilitati a proseguire i loro studi all’estero a causa dell’assedio.

Ma ai residenti di Gaza è persino proibito di andare a studiare nella West Bank. Indicativo al riguardo è il dato relativo agli studenti dell’Università di Birzeit (Ramallah): nel 2000, gli studenti provenienti da Gaza erano 350, nel 2005 erano diminuiti a 35, oggi non ve ne è neanche uno.

Questo per tacere di vicende quali quella capitata a Berlanty Azzam, una studentessa di Gaza prossima alla laurea a Betlemme, arrestata e deportata nella Striscia di Gaza dai soldati israeliani – bendata e ammanettata – perché considerata una “residente illegale” (della Cisgiordania!).

Anche nella West Bank, peraltro, le donne palestinesi sono vittime di continue violazioni e soprusi da parte delle forze di sicurezza israeliane, comprese le razzie notturne e i raid di arresto nelle loro case, le restrizioni imposte alla libertà di movimento, le molestie e le aggressioni ai checkpoint.

Se davvero si vuole porre l’attenzione alle sofferenze delle donne nel mondo, la comunità internazionale potrebbe e dovrebbe iniziare chiedendo con forza ad Israele di togliere immediatamente il criminale assedio alla Striscia di Gaza, garantendo la ricostruzione e il ripristino di uno standard di vita minimamente decoroso. E una presa di posizione del Presidente Napolitano in questo senso darebbe un contenuto concreto al suo bel discorso.

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sabato, marzo 06, 2010

I trucchi di Netanyahu si stanno esaurendo.

Israele in questi anni ha approfittato del largo (e ingiustificato) credito concesso dalla comunità internazionale per mantenere salda la presa sui Territori occupati e garantirsi un sicuro status quo, fingendo di voler condurre trattative di pace con i Palestinesi che, nella realtà, si sono sempre tradotte in defatiganti tattiche dilatorie e in continui mercanteggiamenti.

E, tuttavia, il tempo sembra che stia per scadere e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu non potrà ancora a lungo continuare a rimandare i problemi reali.

Da una parte, infatti, il primo ministro palestinese Salam Fayyad si è messo alla testa di quella che è stata definita una “Intifada bianca”, che prevederebbe la costruzione di un’infrastruttura istituzionale per il futuro stato palestinese, accompagnata da una dichiarazione della fondazione dello stato palestinese e dalla richiesta del ritiro israeliano dalla Cisgiordania.

L’incapacità di soddisfare le richieste potrebbe essere tale da portare ad una campagna di sanzioni economiche contro Israele, in particolare da parte dell’Europa, e ad altre iniziative nella direzione del boicottaggio e dell’ostracismo. Israele si troverà quindi dinnanzi a due difficili alternative: cedere alle pressioni – il che significherebbe abbandonare la possibilità di avere il coltello dalla parte del manico nel processo di pace – o opporvisi, il che potrebbe esporla ad un maggiore isolamento internazionale.

Gli Usa e i Paesi europei, peraltro, cominciamo a manifestare segni di nervosismo a cagione del fatto che il processo di pace tra Israeliani e Palestinesi non muove un solo passo in avanti, e non sembrano più disposti a lasciare inascoltate le proteste e le rivendicazioni del popolo palestinese.

Ma, dall’altro lato, il movimento dei coloni – in passato apertamente incoraggiati e foraggiati economicamente – continua a rafforzarsi ogni giorno di più, approfittando dell’irresolutezza dei governi israeliani, e non pare disposto nemmeno a discutere di ipotetici ritiri dalla West Bank, che gli accordi di pace con i Palestinesi chiaramente richiederebbero.

Come si comporterà Netanyahu preso in mezzo tra due fuochi, l’Intifada di Fayyad e quella dei coloni israeliani? Se lo chiede il giornalista di Ha’retz Aluf Benn nell’articolo che segue, tradotto da Medarabnews.
Il primo ministro Benjamin Netanyahu è occupato giorno e notte per preparare Israele ad un confronto fatidico con l’Iran. Ma il suo vero problema potrebbe trovarsi altrove. Le tensioni nei Territori palestinesi stanno crescendo, e i palestinesi stanno intensificando le loro proteste contro gli insediamenti e la barriera di separazione israeliana. I coloni, nel frattempo, possono fiutare la debolezza di Netanyahu e stanno minando l’autorità dello Stato.

Due eventi dei giorni scorsi indicano il rischio di un’esplosione: la protesta a Bil’in, alla quale ha partecipato il primo ministro palestinese Salam Fayyad, dove alcuni dei 1.000 dimostranti hanno distrutto un piccolo pezzo della barriera di separazione; e l’invasione dell’antica sinagoga di Na’aran da parte di decine di attivisti di destra al grido di: “torneremo a Gerico e Nablus”. In entrambi gli incidenti, la violenza è stata contenuta e nessuno è rimasto ferito. Eppure la lotta per la Cisgiordania è entrata in una nuova fase.

Fayyad, l’ex beniamino dell’establishment israeliano, sta dimostrando di essere il rivale più problematico di Netanyahu. Quello che un tempo era un economista e un tecnocrate è diventato gradualmente un politico – godendo di buona visibilità, baciando bambini, mettendosi a capo della “Intifada Bianca”, come l’hanno soprannominata i ricercatori Shaul Mishal e Doron Matza nel loro articolo su ‘Haaretz’ di questa settimana. Lunedì scorso, il governo palestinese ha adottato un piano d’azione per una “opposizione non-violenta” contro gli insediamenti e la barriera di separazione.

L’“Intifada Bianca” di Fayyad è diversa dalle precedenti. Essa ha un chiaro scopo politico: dichiarare uno Stato palestinese all’interno dei confini del 1967 entro l’estate del 2011. Per quella data, Fayyad avrà completato la costituzione delle istituzioni nazionali palestinesi, e starà lavorando per ottenere il riconoscimento internazionale attraverso una manovra diplomatica a tenaglia nei confronti di Netanyahu. Egli sta ottenendo un consenso entusiastico dall’amministrazione degli Stati Uniti in qualità di manager di successo. Circa 2.600 poliziotti palestinesi si sono già formati al corso di addestramento gestito dal generale americano Keith Dayton in Giordania e sono quindi tornati nei Territori aspettandosi di lavorare per uno Stato indipendente, e non come agenti subordinati ad un’occupazione israeliana. I ministri degli esteri di Francia e Spagna, in un articolo firmato da entrambi e pubblicato martedì su “Le Monde”, hanno chiesto di accelerare la fondazione di uno Stato palestinese e di completare il suo riconoscimento entro l’ottobre 2011.

Le proteste contro la barriera di separazione e gli insediamenti, viste attraverso la lente dei media internazionali, hanno un forte impatto e pongono Israele in un difficile dilemma. La risposta israeliana iniziale era stata di “colpire il nemico a casa sua”: un’ondata di arresti nei confronti di coloro che avevano organizzato le proteste a Bil’in e a Na’alin, e incursioni delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) a Ramallah per arrestare i membri dell’International Solidarity Movement. I funzionari della sicurezza israeliana hanno spiegato ai loro omologhi stranieri come questi attori “rappresentino una minaccia all’esistenza di Israele”. Tuttavia queste azioni sono fallite. I palestinesi non sono stati dissuasi e hanno continuato con le loro manifestazioni, sapendo che Israele non avrebbe osato fare del male a Fayyad e alla sua gente.

Il prossimo passo di Netanyahu sarà una massiccia campagna di pubbliche relazioni contro “l’istigazione (anti-israeliana (N.d.T.) ) all’interno dell’Autorità Nazionale Palestinese”. Ma Fayyad è pronto anche a questo: è in possesso di un rapporto in cui l’amministrazione americana attribuisce un’ottima valutazione agli sforzi di Fayyad per sbarazzarsi dei libri di scuola palestinesi con contenuti propagandistici anti-israeliani.

La posizione del primo ministro israeliano si sta aggravando anche per quanto riguarda i coloni, mentre si avvicina la fine del congelamento temporaneo degli insediamenti, prevista per settembre. Netanyahu ricomincerà a costruire a tutta velocità, come promesso, col rischio di creare una frattura col presidente americano Barack Obama? O prolungherà il congelamento degli insediamenti col rischio di una rivolta da parte dei coloni? Washington è preoccupata che Israele possa perdere il controllo sugli estremisti presenti negli insediamenti, così come teme una possibile spaccatura all’interno delle IDF, in cui soldati e ufficiali di orientamento religioso potrebbero rifiutarsi di obbedire agli ordini di evacuare o radere al suolo gli insediamenti.

I governi del “mondo” stanno perdendo la loro già scarsa pazienza con Netanyahu e il suo gabinetto, mentre in Europa si sono manifestate critiche per “l’assassinio” dell’importante esponente di Hamas, Mahmoud al-Mabhouh – anche da parte di amici compiacenti nei confronti di Israele come Nicolas Sarkozy. Il negoziato di pace resta bloccato, e la “pace economica” ha ormai esaurito le sue possibilità. La settimana scorsa la Croce Rossa ha comunicato che la vita dei palestinesi non è migliorata, e che “è pressoché impossibile avere una vita normale in Cisgiordania”.

Netanyahu è in seria difficoltà. Il suo repertorio di trucchi si sta esaurendo. I palestinesi e i coloni stanno sfruttando la sua debolezza. Il mondo non crede in lui e mette in dubbio il suo controllo sul territorio. A meno che non sorprenda tutti quanti con un’ardita iniziativa che ridia slancio al suo programma, il primo ministro dovrà affrontare una doppia intifada: quella di Fayyad e quella dei giovani coloni degli avamposti illegali.

Aluf Benn è corrispondente diplomatico del quotidiano israeliano ‘Haaretz’; segue la politica estera israeliana ed il processo di pace israelo-palestinese dal 1993

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mercoledì, marzo 03, 2010

Non lasceremo sola la popolazione di Gaza!


A distanza di oltre un anno dalla fine di “Piombo Fuso”, l’operazione militare israeliana che ha provocato la morte di oltre 1.400 Palestinesi (l’83% dei quali civili inermi) ed ha causato immani devastazioni, Israele continua indisturbato a tenere sotto assedio la Striscia di Gaza e un milione e mezzo di Palestinesi che vi risiedono, impedendo – caso unico al mondo – che affluiscano liberamente gli aiuti e che si possa mettere mano alla ricostruzione.

Persino i beni umanitari di prima necessità vengono centellinati, in base a criteri oscuri ed arbitrari, e i Palestinesi riescono ad ottenere il minimo indispensabile ad una vita sostenibile e dignitosa solo grazie al fiorente contrabbando di merci attraverso i tunnel sotterranei che collegano Gaza all’Egitto, pagando, tuttavia, un pesantissimo tributo in termini di vite umane: 74 i Palestinesi morti e 134 i feriti dalla fine di “Piombo Fuso” (cfr. OCHA Protection of Civilians, 17-23 febbraio 2010). E questo fino a quando l’Egitto non completerà il progetto – sponsorizzato dagli Usa e da Israele – di chiudere i tunnel che passano sotto il suo confine, togliendo agli abitanti di Gaza anche questa loro ultima risorsa.

Ai Palestinesi morti nei tunnel devono poi aggiungersi quelli uccisi dalle truppe israeliane nei loro continui raid in territorio palestinese: dall’inizio del 2010 Israele ha infatti ucciso nove Palestinesi, di cui quattro civili, e ne ha feriti almeno 18 (la metà civili). I soldati di Tsahal, peraltro, continuano a imporre arbitrariamente il divieto di accesso in una zona-cuscinetto profonda un chilometro, impedendo agli agricoltori di accedere ai propri terreni, e vietano ai pescatori di oltrepassare una distanza di tre miglia nautiche dalla costa di Gaza.

Il risultato di questo assedio è testimoniato da poche ma impressionanti cifre: il 70% dei residenti di Gaza sopravvive con un dollaro al giorno, il 40% della forza lavoro è disoccupata, l’11% dei bambini di Gaza sono malnutriti, fino al punto dell’arresto della crescita, 20.000 case distrutte o gravemente danneggiate aspettano ancora di essere ricostruite, i blackout della corrente elettrica variano dalle 6 alle 8 ore, per 4 o 5 giorni la settimana.

Il tutto nella totale indifferenza, e talvolta con la malcelata complicità, dei governi occidentali, in primis degli Usa di Obama, che tanto aveva straparlato di mani tese verso l’Islam e di impegno per la risoluzione del conflitto israelo-palestinese, ma che adesso sembra avere totalmente rimosso la questione dalla sua agenda.

In questo quadro desolante, l’unica speranza risiede nell’impegno della società civile, dei tanti uomini e donne di buona volontà che non intendono lasciar vincere ancora una volta la violenza e l’ingiustizia, e che non hanno alcuna intenzione di lasciare i Palestinesi di Gaza in balia dei loro carnefici.

Va letta in questa ottica l’intervista di Silvia Cattori a George Galloway, il deputato britannico animatore del Viva Palestina Convoy, qui di seguito riportata.

Incontro con George Galloway
Tutti “uniti coi musulmani per interrompere l’assedio di Gaza”.
3 febbraio 2010

George Galloway, deputato britannico alla Camera dei Comuni, è un uomo pacato, vivo, caloroso. Il suo sguardo blu è attento e amichevole. Non ha tempo da perdere. È preoccupato per la gravità della situazione a Gaza. Ha mille impegni, tuttavia ha accettato di tenere, il 26 gennaio, una conferenza a Lione. Ed è lì che lo abbiamo incontrato.

Con una voce forte, chiara e limpida, egli lascia il suo messaggio: di fronte alla guerra che l’Occidente conduce contro il mondo musulmano, c’è una mortale debolezza della sinistra che non si unisce coi musulmani. È indispensabile che tutte forze progressiste e anti-guerra si uniscano con loro. Poiché attualmente le posizioni dei musulmani sono oggettivamente le stesse di tutti i progressisti del mondo: farla finita con le guerre e le ingiustizie.

Silvia Cattori: Dopo l’ultimo convoglio di “Viva Palestina” a Gaza, che cosa conta di fare?

George Galloway: Penso che il tempo delle discussioni sia finito. I fatti parlano più forte delle parole. Dobbiamo fermare l’assedio di Gaza con tutti i mezzi. L’abbiamo interrotto tre volte nel corso degli ultimi undici mesi; dobbiamo continuare a farlo sempre di più per ottenere la fine definitiva di quest’oppressione.

Non lasceremo sola la popolazione di Gaza. Il prossimo convoglio si farà via mare. Non abbiamo altra scelta. Salperemo nel maggio 2010. Ci saranno navi dell’Africa del Sud, del Venezuela, della Malesia, della Turchia, etc… abbiamo bisogno di più navi possibili, del massimo appoggio del governo, della maggior protezione possibile per portare a Gaza tutto l’aiuto possibile; di cemento, legno, chiodi, per ricostruire Gaza.

Certamente ora che l’Egitto ha vietato l’ingresso dei convogli nel suo territorio, è molto più difficile. Avrei preferito passare sulla terraferma che via mare, non sono un marinaio, ma è l’unica via per andare a Gaza. Vogliamo che questo convoglio internazionale possa navigare sotto bandiera turca, che vi siano a bordo delle personalità eminenti e che possa trasportare una grande quantità di materiale; ad esempio il necessario per ricostruire le case distrutte da Israele. Abbiamo buone probabilità di arrivare in porto. Se riusciamo ad arrivarci, potremo ritornare con le nostre navi piene di prodotti di Gaza ed avviare così una linea commerciale marittima tra Gaza ed il mondo.

Stiamo costruendo una coalizione internazionale; il movimento “Viva Palestina” esiste ora in numerosi paesi: Africa del Sud, Stati Uniti, Malesia, Gran Bretagna, Irlanda; spero che il movimento di solidarietà francese si unisca a noi.

Silvia Cattori: Se ho ben inteso, lei conta di raccogliere ed unificare internazionalmente i gruppi e la gente, attualmente sparsi ed indeboliti, per ottenere la maggior efficacia possibile e diventare eventualmente il leader di tale movimento?

George Galloway: No, non penso di esserne il leader. Credo che la Turchia sia il leader. Il primo ministro Erdogan dovrebbe essere il nostro leader. Penso sia l’unico uomo di Stato che possa realmente avere una grande eco – in particolare nel mondo musulmano, il mondo arabo – e che possa risvegliare il gigante addormentato dell’opinione pubblica araba.

La Turchia è un elemento importantissimo per la nostra riuscita. Rappresenta un nuovo fattore nell’equazione palestinese. Dopo decenni di alleanza strategica con Israele, la Turchia è diretta oggi da un governo che i cittadini del mondo non possono che ammirare. L’ONG umanitaria turca IHHA è stata decisiva per il successo del nostro ultimo convoglio. Ci ha fornito i veicoli ed ha apportato più del 40% delle persone che hanno partecipato. Erdogan è intervenuto personalmente per ottenere il lasciapassare da parte di Mubarak. Ci ha fornito tutto il sostegno politico e diplomatico che ci occorreva affinché potessimo raggiungere il nostro obiettivo di entrare a Gaza per offrire alla popolazione il nostro materiale ed il nostro aiuto.

Silvia Cattori: Vedo che lei si affretta a ripartire ed a lanciarsi in una nuova sfida per attirare l’attenzione del mondo su Gaza e sulla sua popolazione deliberatamente affamata, e sempre messa in trappola da una chiusura più che mai crudele e pericolosa. Ma non è un sogno irrealizzabile? Navigando sotto bandiera turca, non teme di essere accusato di voler istigare uno Stato contro uno Stato? Ciò non sarà considerato da Israele come un atto di guerra?

George Galloway: No, non sarà un atto di guerra perché le acque internazionali sono le acque internazionali, e dopo c’è il mare di Gaza. Bisogna solo avere il coraggio di passare dalle acque internazionali alle acque di Gaza. Non c’è alcune minaccia contro Israele. Il convoglio può essere ispezionato dai funzionari delle Nazioni Unite per verificare che non vi sono armi. Sono già passate diverse imbarcazioni.

Silvia Cattori: I tre ultimi tentativi di raggiungere Gaza via mare, nel 2008, sono falliti! E i primi due tentativi, se sono andati a buon fine, non può essere perché Israele in quel momento aveva un interesse nel lasciarli passare?

George Galloway: Si trattava di una o due imbarcazioni, e non avevano la protezione di Stati importanti. Occorre assicurarsi l’appoggio di Stati che hanno un certo peso. È a ciò che stiamo lavorando ora.

Credo che siamo in grado di creare le condizioni che ci permetteranno di arrivare in porto. Dobbiamo provare, costi quel che costi; in questo contesto di blocco, non c’è altra via per raggiungere Gaza che passando via mare. All’inizio degli anni ’60, quando Berlino Ovest era isolata, tutti i paesi europei hanno organizzato un ponte aereo per apportarle aiuto. È di un ponte così che abbiamo bisogno. Non possiamo farlo via aria, ma possiamo farlo via mare. Più grande sarà, meglio sarà. Dobbiamo andarci numerosi; dobbiamo avere a bordo delle personalità di fama mondiale ed il sostegno di Stati importanti, o almeno di uno Stato importante. E la Turchia sarà, credo, la chiave.

Silvia Cattori: Il gruppo di “Free Gaza” non aveva annunciato la sua intenzione di andare a Gaza nello stesso periodo? Non lavorate insieme?

George Galloway: Non so quello che fa “Free Gaza”; noi rispettiamo quello che fanno. Sappiamo che hanno già ritardato tre volte il loro viaggio; mi auguro che si uniscano al nostro convoglio, ma se decidono di andarci da soli, hanno il mio pieno sostegno.

Silvia Cattori: La gente che si fida di voi, che vi ha accompagnato durante i tre convogli, soprattutto l’ultimo, che impressione ha? Dev’essere stata un’esperienza affascinante e senza dubbio arricchente, ma anche traumatizzante. Com’è ritornata dal terzo ed ultimo convoglio di dicembre-gennaio? E lei? Stanco o più forte?

George Galloway: Più forte. Ma il prossimo convoglio via mare non necessiterà della presenza di altrettante persone. In questo caso, le sole persone che possono essere un aiuto, che possono essere veramente efficaci, sono delle personalità conosciute, dei grandi donatori, e gente che ha esperienza in marina. Non abbiamo bisogno di molti passeggeri su queste navi. È una tattica differente, questa. In un convoglio via terra, tutti sono i benvenuti. Nell’ultimo avevamo con noi 520 persone di 17 paesi. Qui, non avremo bisogno che da 15 a 20 persone per nave.

Silvia Cattori: La gente che ha seguito la vostra lunga e difficoltosa odissea è rimasta impressionata. Deve farle piacere sapere che si sente dire: “Se vedete qualcuno della tempra di Galloway, seguitelo!”. Ma i vostri successi non pesano sulle vostre spalle? È una grande responsabilità!

George Galloway: Si. Ma sono in questa lotta da 35 anni. Avevo 21 anni quando l’ho cominciata. Non l’abbandonerò. Non lasceremo sola la popolazione di Gaza.

Silvia Cattori

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